La solitudine del twittatore compulsivo

Nel suo ponderoso Insieme ma soli (Codice edizioni), l’antropologa e psicologa del Mit raccoglie il precipitato di anni di studi, osservazioni e interviste, su di un mondo che cambia alla velocità di un tweet. Una lunga inchiesta intorno alle trasformazioni del nostro io causate da un uso smodato e compulsivo delle nuove piattaforme per la comunicazione digitale e a quei dispositivi (addirittura robot da compagnia!) che dovrebbero riempire le nostre solitudini. Si tratta di un lavoro importante come i precedenti e da poche settimane uscito anche in Italia.

Ho intervistato Sherry Turkle, antropologa e studiosa di cybercultura al Mit. La chiacchierata è uscita su Europa.

Se “Twitter non esiste”, anything goes?

Un gran merito del cambiamento in corso nello scenario dei media, delle comunicazione, dell’informazione ecc., sta nel costringere a pensare ad aspetti che per altri strumenti diamo per scontati. La grammatica d’uso della tv, del giornale, della radio per non dire della forchetta o della polvere da sparo è più o meno la stessa. Certo, il digitale ha cambiato i mezzi di comunicazione, ma insomma, la televisione la guardiamo più o meno allo stesso modo. Non è così per le piattaforme di relazione e di comunicazione come i social network.

E Twitter. Mica è chiarissimo cosa sia, che ci si faccia, a cosa serva. Probabilmente gli usi sono molti, alcuni spariscono altri si affermano sotto la spinta plastica degli utenti (oggi più o meno 150milioni nel mondo). Questo cambiamento in corso viene raccontato ogni giorno da decine di articoli, post, twit, che costruiscono un sapere condiviso sulla natura di Twitter, di cosa sia in questo momento.
Lo fanno standoci dentro come i famosi marinai/scienziati di Otto Neurath che aggiustano la nave mentre sono in mare aperto. Questa perfettibilità e “precarietà” del mezzo ha un effetto su molte analisi, più o meno adeguate, che in questi mesi si leggono, inevitabilmente parziali, inevitabilmente presto invecchiate.

In questo diluvio di riflessioni sui 140-caratteri-spazi-inclusi ho pescato un prezioso post (in verità ne ho pescati due, al secondo mi dedico un’altra volta) che mi ha aiutato a chiarire una questione che mi girava in testa.

Galatea Vaglio la mette giù dura: “Twitter non esiste”. Non esiste perché esistono molti usi e non uno rigido e precostituito. Vero, sacrosanto.

E non esiste, aggiungiamo noi, anche perché quando entri hai una stanza vuota, tabula rasa che riempi con i tuoi pregiudizi, le tue scelte e via dicendo. La TL assoluta non c’è, ragion per cui non c’è neanche il popolo di Twitter perché nessun di noi ha davanti lo stesso flusso di cinguettii.
A view from nowhere non è data, non c’è IL sapere Twitter, c’è sempre un sapere parziale, quello che vedo io.

Eppure a me un problema rimane. Se Twitter non esiste (e quindi neanche “il popolo di Twitter” esiste), ha ancora senso parlare di una dimensione condivisa? Se ognuno sceglie il modo suo di twittare, se ognuno ha a disposizione una dimensione finita e senza regole esterne, se tutto cambia, in quale modo si può criticare, magari anche sbagliando un uso di Twitter? Da quale punto partire?
In buona sostanza, se Twitter non esiste, anything goes
Passaggio rapido, ma non forzato.

Se non esiste uno spazio condiviso, se il senso è precario e instabile, difficile che possa realizzarsi la forma della critica, del giusto o sbagliato, dell’uso – se non piace “corretto” – “migliore” o “peggiore” dello strumento. Se Twitter non esiste, chi ha il diritto di sindacare? Dal sapere si rischia di passare al potere. E allora l’unica risposta che rimane pare essere: “io scrivo quello che mi pare, se non ti sta bene defollowami pure”. Non un gran ché.

La novità del “popolo” di Twitter?

Oggi il Foglio pubblica un breve articolo su quello che chiama “l’ultimo tic giornalistico” ossia riferirsi a qualche trend on line con espressioni tipo “Il popolo di Twitter vuole”, “Il popolo di Twitter dice” ecc.
L’uso di parte per il tutto sotto la voce “popolo” a me non sembra una gran novità. Cambia l’oggetto (oggi è Twitter) ma il meccanismo è lo stesso.
Di questo fenomeno, il boom dei “popoli” scrivevamo tempo fa su Reset. Questo era l’inizio dell’articolo del maggio 2010:

L’ultimo arrivato è il popolo delle carriole dell’Aquila. Ma c’è anche il popolo di Facebook, evoluzione di massa del popolo dei blog e trasformazione 2.0 del popolo del web che a sua volta ha partorito il popolo viola sceso in piazza qualche mese fa per un sorprendente No B. day.
Sul territorio c’è la Lega che è un partito di popolo che da anni si organizza durante le campagne elettorali nel popolo dei gazebo e anche così sta conquistando il Nord. C’era una volta la sinistra di popolo («avanti popolo ecc.»), oggi la si accusa di essere troppo interessata ai salotti e incapace di essere popolare realmente. C’è poi il popolo di Silvio a chiedere le riforme che il Governo dovrebbe varare. Secondo Bossi la ragione per cui a destra vincono, insieme con Berlusconi, è perché loro due sono «uomini del popolo». Il 20 marzo insieme al popolo del Capo che si era dato appuntamento a piazza San Giovanni, a Roma sfilava anche il popolo dell’acqua, erede del popolo no global che oggi è un po’ in ribasso; il popolo del non voto ha punito un po’ a destra e a manca, spiegano gli analisti dei flussi elettorali.
I giornali sono ubriachi di popolo, la politica è ubriaca di popolo. Basta sfogliare una rassegna stampa degli ultimi mesi per farsi un’idea di un fenomeno che è certo un tic delle redazioni, un moda linguistica, ma non solo.

Poi ci abbiamo scritto anche un libretto.

Defollowami pure

“C’è qualcosa che non va in quello che scrivo? Defollowami pure.” Ecco, partendo da questa battuta non troppo rara su Twitter vorrei aggiungere un piccolo tassello alla riflessione che molti utenti stanno facendo dentro e intorno alla piattaforma dell’uccellino azzurro.

Un argomento forte di chi sta su Twitter è: non ti piace quello che scrivo, allora non mi seguire. La relazione asimmetrica lascia liberi tutti di seguire chi ci pare e di essere seguiti da chi lo desidera. E questa caratteristica è di certo una gran cosa e un punto in più rispetto a Facebook che costringe a collegarti, se te lo chiede, anche con chi pubblica cose che a te non interessano. In fondo, l’amicizia è un sentimento biunivoco per definizione e la metafora FB in questo rispetta l’originale. La prima è una relazione a responsabilità molto limitata, l’altra ci impegna di più.

Detto questo e apprezzatolo, il “rinculo” di questa caratteristica dello strumento è che “defollowami pure” è la risposta in molti casi standard a chi solleva una qualche obiezione a un tweet di qualcun’altro. Qualcuno mi dice che Twitter non è un’email o un telefono e che il mio carteggio privato potrei scriverlo in qualche altro modo meno pubblico? Defollowami pure, su Twitter liberi tutti di scrivere e dire quello che ci pare. Il tono che usa quell’altro nei suoi tweet mi sembra un po’ spocchioso? Defollowami pure, chi saresti te? E via dicendo.

Se mi segui e io no, non hai voce in capitolo. “Guardare ma non toccare” sembra essere ciò che Twitter inculca in ognuno di noi. Come a dire, sono responsabile di quel che dico ma ciò non implica una particolare responsabilità nei confronti di chi mi segue. C’è un “contratto” ma è sottoscritto solo dal follower. Il giudizio ci può essere – ci mancherebbe – ma deve essere silenzioso (o d’approvazione), mai critico, pena il “defollowami pure”. Una valutazione ci sta ma può essere solo acceso/spento, insomma passare dall’on del “follow” all’off del “defollow”.

Quella che manca mi sembra sia una qualche dose di responsabilità verso i follower ed trovo che questo sia sbagliato. Al netto delle esasperazioni e dei rompipalle, ci vorrebbe una presa di coscienza del fatto che la relazione è formalmente asimmettrica ma sostanzialmente biunivoca. Ci vorrebbe Voltaire o chi per lui che scrivesse oggi: “io non ti seguo ma ti tengo in considerazione come se ti seguissi”.

PS l’hashtag #tidefollowo uscito il 10 marzo.

#Ilpopolodellaretenonperdona ma non è neanche una lobby

Nel libretto ho sottolineato più volte (e per certi versi fin dal titolo) quanto fosse sbagliata l’idea che esistano popoli la cui identità è definita a tavolino e per opposizione a un indistinto “tutti gli altri”.

Capitolo autonomo e molto interessante è quello che fin dai tempi del popolo dei fax è stato l’appellativo che l’informazione mainstream ha appioppato agli utenti delle nuove tecnologie e delle applicazioni che via via nascevano e si diffondevano. Negli anni si sono succeduti il popolo di internet, del web, dei social network, di Facebook, fino al più recente popolo di Twitter.

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Cosa cambia con l’esplosione di Twitter in Italia

Infine Twitter è divenuto anche in Italia fenomeno di massa. Sull’ultimo numero di Reset (128) una lunga discussione con alcuni tra i twittatori più consapevoli di quel che sta capitando e dei cambiamenti in corso.

Il 2011 sarà ricordato come l’anno in cui l’Italia ha scoperto Twitter, il social network dell’uccellino azzurro. In 140 battute racchiudere un’informazione, ma anche un pensiero o un’opinione, una facezia o una chiamata alla militanza politica. Ecco la sfida che ormai quasi tre milioni di italiani hanno raccolto, numero che raddoppia la cifra stimata sul finire del 2010 e, sebbene ancora lontano dai 21 milioni di Facebook, dice che i twittatori non sono più un’élite. L’arrivo su Twitter di star dello spettacolo (da Fiorello a Jovanotti) e di grandi giornalisti (tutti i direttori dei grandi quotidiani italiani sono presenti e attivi), sta sparigliando le carte ancora una volta nel mondo dell’informazione nostrano. Abbiamo chiamato a ragionare su questo cambiamento un sociologo, un deputato, un’attivista, un giornalista e un esperto di comunicazione politica, ovvero alcuni tra i twittatori italiani che più di altri hanno capito, accettato e valorizzato le regole del nuovo gioco della comunicazione.

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#FormattiamoilPDL, disintermediazione dall’alto e dal basso

Al netto di tutto ciò che si dice e si ripete ormai da anni sul rinnovamento della politica nell’epoca dei social network (più partecipazione, più tecnologia, più “basso”) molto di quello che è uscito intorno all’idea di #formattiamoilPDL (su cos’è si veda il post di Giovanni Boccia Artieri) mi sembra ancora girare a vuoto. Certo, da parte di militanti e dirigenti del Popolo delle libertà si sollevano questioni ragionevoli e che altrove sembrerebbero banali (più congressi, più democrazia dal basso, meno Minetti e meno paillettes ecc.). In alcuni c’è anche un entusiasmo autentico e molto desiderio di cambiare.

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Trenta cm di #hashtag

Gli hashtag sono parole che servono a mettere ordine nel flusso costante dei twit. Nella piccola nicchia elitaria del Twitter italiano si usano a volte (spesso) per il narcisistico bisogno di misurare quanto si ha lunga la capacità di influenzare altri utenti.

In questi giorni sono uscite un paio di cose che aiutano a capire come vanno gestiti, a cosa servono e perché non bisogna esagerare col dare credito al #. Una l’ha scritta Giovanni Arata, l’altra Claudia Vago.

PS Ho riletto il post illuminante scritto da Jeff Jarvis qualche mese fa. Molte cose su cui riflettere a partire dall’assurdità della gara a chi fa l’hashtag migliore.

I don’t much care about the trending list in any case. It is a product of mass-media-think: Only the biggest win, goes that thinking. But online, even the biggest topics are small.

Tahar Ben Jelloun: la letteratura e le rivoluzioni in Siria e nel Nord Africa

Qualche tempo fa ho incontrato lo scrittore marocchino. Questo il risultato.

«Twitter e Facebook hanno fermato gli islamisti e il tentativo di indirizzare le rivoluzioni nel Nord Africa». «Però, ormai è chiaro – si veda la Siria – che senza l’esercito non si fanno rivoluzioni». «In Marocco è il re è troppo amato perché il popolo voglia un cambiamento radicale della situazione». «E’ in momenti come questi che nasce la grande letteratura, che sa cogliere e raccontare il passaggio di un’epoca».

Le opinioni del grande scrittore su quello che è accaduto e sta accadendo nei paesi arabi.

Preso qui

“Ho lanciato il tag #iohovotato per i referendum e ho sbancato Twitter”

Il giorno dei referendum, Claudia lancia l’hashtag #iohovotato nella tempesta perfetta che è Twitter il 12 giugno. E subito i cinguettatori l’hanno adottata. Ho intervistato Tigella (così è nota sul web) e mi ha spiegato come le è saltato in testa quel tag ma anche cosa ne pensa del cambiamento tra informazione tradizionale e on line e tra fare news con i blog e sui social network.

Domenica mattina, a urne aperte di fresco, facevo un giro sul web, come sempre alla mattina quando mi sveglio, in cerca di notizie, per controllare se e cosa è successo. Sono capitata su una discussione su Friendfeed in cui Dario e Roberta Milano si chiedevano come dare visibilità al flusso di tweet che stava iniziando a circolare sul referendum

L’intervista completa