#SOPA, What Black the Sites Said

David Weinberger è un intellettuale digitale, insegna ad Harvard e ha scritto di recente Too Big to Know. E’ l’autore di questa critica al progetto di legge SOPA.

The Stop Online Piracy Act (SOPA) is a bad law. It gives too much authority to the government and to powerful industry associations. It is too open to abuse. It would require significant changes in how the Net works. And it is unlikely to accomplish its goals.

But that’s not why it felt oddly good to black out my little site yesterday. The blackness of the thousands of pages that protested the law on January 18 said more than “This site opposes SOPA.” I read two clear messages in the blackness.

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#FormattiamoilPDL, disintermediazione dall’alto e dal basso

Al netto di tutto ciò che si dice e si ripete ormai da anni sul rinnovamento della politica nell’epoca dei social network (più partecipazione, più tecnologia, più “basso”) molto di quello che è uscito intorno all’idea di #formattiamoilPDL (su cos’è si veda il post di Giovanni Boccia Artieri) mi sembra ancora girare a vuoto. Certo, da parte di militanti e dirigenti del Popolo delle libertà si sollevano questioni ragionevoli e che altrove sembrerebbero banali (più congressi, più democrazia dal basso, meno Minetti e meno paillettes ecc.). In alcuni c’è anche un entusiasmo autentico e molto desiderio di cambiare.

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Triste il paese che ha bisogno di vendicatori

Quello che resta è un uso della Rete per far leva su corde emotive che contemporaneamente alzano la tensione e la scaricano in un like, sfruttando commercialmente l’indignazione. Finché non toglierà l’adsense dal suo blog non potrò pensarla diversamente. In questo momento la pubblicità che compare è: “Vuoi candidarti? Acquista a 29,90€ il miglior corso d’Italia di comunicazione politica!”

La morale di Giovanni Boccia Artieri alla triste vicenda dello pseudo-infiltrato che avrebbe dovuto rivelare chissa’ che dall’interno del Palazzo. Qui un dettagliato riassunto di Arianna Ciccone.

My two cents: è quando il senso di ingiustizia si trasforma in frustrazione che nasce la necessità di vendicatori come ‘sto Spider Truman.

Se il web tocca la «pelle sociale»

Sul numero di Reset uscito in questi giorni, ho scritto con Mauro quest’articolo. 

Alla fine l’annuncio di Manuel Castells si è avverato. La mass self communication – ossia il blogging, i like e i commenti sui social network, ma anche le catene di sms –è divenuto un reale strumento di contropotere capace di cambiare incidere su un risultato elettorale anche in Italia. Dalle drammatiche comunicazioni per il G8 di Genova alla «beffa di Sucate» ai Morattiquotes, in dieci anni la mobilitazione politica in rete si è spostata sui social network per divenire un fenomeno realmente grassroots e su larga scala. Meno militanza antagonista alla Indymedia (peraltro apprezzata dal sociologo catalano) e più partecipazione ludica e consapevole.

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“Ho lanciato il tag #iohovotato per i referendum e ho sbancato Twitter”

Il giorno dei referendum, Claudia lancia l’hashtag #iohovotato nella tempesta perfetta che è Twitter il 12 giugno. E subito i cinguettatori l’hanno adottata. Ho intervistato Tigella (così è nota sul web) e mi ha spiegato come le è saltato in testa quel tag ma anche cosa ne pensa del cambiamento tra informazione tradizionale e on line e tra fare news con i blog e sui social network.

Domenica mattina, a urne aperte di fresco, facevo un giro sul web, come sempre alla mattina quando mi sveglio, in cerca di notizie, per controllare se e cosa è successo. Sono capitata su una discussione su Friendfeed in cui Dario e Roberta Milano si chiedevano come dare visibilità al flusso di tweet che stava iniziando a circolare sul referendum

L’intervista completa

Il giornalismo “aumentato”

Un lungo manifesto sul giornalismo che cambia e su come ci si dovrebbe attrezzare. I dieci punti elencati sono un’ottima base di partenza per iniziare a riflettere sul cambiamento in corso nel mondo dell’informazione.

Essentially everything that is currently disrupting journalism today did not exist in 2000: high-speed Internet connections, blogs, podcasts, RSS feeds, Google News, Gmail, YouTube, Facebook, Twitter, iTunes, apps, flat screens, HD, 3D, WiFi, geotagging, metadata, iPods, mobile internet, smartphones, iPhones, BlackBerry phones, tablets, Andriods, iPad, e-books, streaming videos, etc…

Journalists in new media are facing a transformational crisis. It’s as significant as the invention of the telegraph in the nineteenth century, and is as groundbreaking as the invention of the printing press for the Catholic Church during the fifteenth century.

L‘articolo completo l’ho trovato grazie a lui.

Come cambia un titolo dalla carta al web

Perché i titoli sulla rete sono molto più didascalici di quelli su carta? Risponde un’interessante articolo di Atlantic tradotto da Internazionale questa settimana.

Se le ricerche online sono sempre più letterali, che fine faranno i titoli che contengono giochi di parole? Rimarranno solo sulle edizioni di carta? In effetti sempre più giornali si affidano al search engine optimization (Seo) e ai nuovi giornalisti viene insegnato che la cosa più importante è la visibilità su Google: per questo molti copy editor temono che i titoli somiglieranno sempre più a degli annunci.

Nell’articolo non si cita, se non in un’allusione di passaggio, che l’altra ragione è che sul web i titoli sono in primo luogo link, senza dunque tutto l’apparato (semiotico) che aiuta la comprensione del titolo stesso. Non ci sono foto, sommari, articolo sotto da scorrere, a rendere intellegibile il titolo stesso. Tutto deve essere più didascalico, appunto.

Libertà di Internet nel mondo

Le tabelle vanno prese sempre con le pinze, valutare il livello di libertà di un paese non è mai cosa facile. Premesso ciò, fa abbastanza impressione questo grafico pubblicato dall’Economist e segnalato da Luca De Biase. Per parlare di noi, la penetrazione di internet in Italia assomiglia a quella della Malesia e del Baharein, un po’ meglio del Brasile e dell’Arabia Saudita (attorno al 40%) ma questi paesi (sì, anche Riad) ci staccano sulla percentuale di libertà.

Peter Gomez: il web e la distrazione di massa

Il racconto del primo incontro a Torino per Biennale Democrazia.

La rete non si presta ad essere utilizzata come mezzo di distrazione di massa. Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it , ne è convinto. “Non credo alla disinformazione perpetuata tramite internet: capita che sul web circolino delle bufale, ma vengono scoperte nel giro di poco tempo”. L’ex inchiestista de L’Espresso, dopo 25 anni di “giornalismo tradizionale”, da quasi un anno si dedica a tempo pieno al giornalismo- web. Durante l’incontro alla Sala Rossa del Circolo dei Lettori, moderato da Alessandro Lanni, Gomez ha descritto la tecnica più utilizzata per disinformare, soprattutto dai telegiornali: parlare d’altro.

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