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Grillo, i giornalisti e l’ossessione della Verità

grillo

Mi sembra torni attuale in questi giorni un articolo che avevo scritto ormai più di tre anni fa sull’ossessione di Beppe Grillo e del M5S per i giornalisti e per la Verità (ossessione che, d’altra parte, condivide con alcuni giornalisti).

I giornalisti – Platone non li chiama così, ma Derrida in un gustoso libretto sì – sono traditori perché scrivono e la scrittura per natura tradisce la verità. Tutti coloro che si fidano dei giornali possono diventare «portatori di opinioni invece che sapienti», come direbbe il mitico re egiziano Thamus, alter ego di Platone e ostile alla scrittura. E allora occhio ai giornalisti.

«Vi dico come stanno veramente le cose», «dobbiamo far vedere cosa facciamo veramente». La retorica della rivelazione è un cavallo di battaglia di Grillo ma il mito della trasparenza assoluta e del controllo su qualsiasi affermazione si arena sugli scogli della comunicazione che per sua natura è una scelta, una selezione e un filtro.

Parlo con te e non con altri, parlo di questo e non di quello. Può non piacere, ma l’ambizione alla verità, anzi alla Verità, rende improbo il compito della democrazia che mette in gioco opinioni da comporre più che verità da rivelare.

Bollini di qualità sui giornalisti, sulle fonti, addirittura sulle stanze in cui fare interviste, non garantiranno in eterno dagli inciampi della democrazia, che esige parole, opinioni e conflitti.

Qui l’articolo completo uscito originariamente su Europa.

[Riprendo a pubblicare qualcosa qui dopo quasi quattro anni, vediamo se riesco a tenere un ritmo accettabile]

Le donne, i quotidiani, le scelte e gli errori

Da anni mi ronza in mente l’idea, forse non strategica ma che un suo perché mi sembra averlo, che in un periodo di crisi globale dell’editoria i giornali dovrebbero non solo cercare di interpretare e di adeguarsi ai mutamenti in corso nell’ecosistema dell’informazione ma anche provare a far leggere di più chi non prende in mano spesso un quotidiano.

Se sembrano troppo forti le ragioni per cui i giovani hanno scelto ormai di costruirsi un’opinione sulle cose che accadono in Italia e nel mondo facendo a meno della carta, meno inattaccabili sembrano quelle che fanno sì che le donne che leggono un giornale siano molte meno degli uomini.

A leggere i dati Audipress (ecco il file .xls) ci si sorprende non tanto della proporzione 9 a 1 tra lettori e lettrici della Gazzetta dello sport, ma soprattutto le differenze che esistono tra i lettori del Corriere della sera (le donne sono il 25% in meno) e della Repubblica (circa il 15% in meno).

La prima sorpresa è la Gazzetta di Mantova, unico quotidiano a pagamento in Italia (ci pare) che ha più lettrici che lettori.

La seconda sorpresa è la free press che con Leggo e Metro intercetta più donne che uomini.

Le ragioni storiche di queste differenze sono molte, alcune note e indagate e altre meno, tuttavia non si capisce perché nelle redazioni dei giornali sia date per acquisite e per immutabili.

Esiste un mercato potenziale che andrebbe coltivato e che, siamo sicuri, darebbe dei frutti meno estemporanei rispetto ad altre iniziative messe in campo in questi anni.

Se le direzioni dei giornali non possono farsi carico delle differenze storiche tra le diete culturali di uomini e donne, certo potrebbero provare a inventare qualcosa per cambiare la situazione. Magari senza pensare che la femminilizzazione di un giornale passi attraverso moda e cucina.

Murdoch e il bailout dei giornali

Mio articolo uscito domenica 21 agosto sul Manifesto.

«In fondo cos’è la Tv se non un tostapane con immagini?». Negli Usa tempo fa se lo chiedevano per giustificare la centralità del mercato anche quando si ha a che fare non con un elettrodomestico ma con uno strumento che tra l’altro forma le opinioni dei cittadini, ovvero i mattoni di cui è fatta la democrazia. Continua a leggere “Murdoch e il bailout dei giornali”

Dall’Economist di domani

copertina economist

Il settimanale inglese pubblica un ampio dossier sull’Italia berlusconiana e post. Ecco un incisivo e amaro estratto:

Nella sua breve vita come nazione l’Italia è stata ricostruita più volte. Tuttavia negli ultimi decenni il Paese è vissuto della rendita di un miracolo economico giunto al termine negli anni ’70. Potrebbe andare avanti in questo modo più meno indefinitamente, impoverendosi e invecchiando sempre più, ma comunque restando a galla abbastanza agevolmente. Per il momento sembra che questa sia la cosa più probabile che possa accadere. Ma il Paese ha un bisogno disperato di un nuovo risveglio, come quello che portò all’unificazione 150 anni fa.

Siamo tutti giornalai

Su ogni euro venduto, l’edicola guadagna poco meno di 19 centesimi (il 18,77% del prezzo di copertina), il 10-15% va ai distributori e il resto arriva all’editore che ci paga tutti i costi. Il risultato è che le edicole spariscono.

(Pezzo di Matteo Bartocci sullo stato delle 33mila edicole italiane da leggere in accoppiata ai due capitoli sulla stampa dell’ultimo libro di Habermas)

Se un primo giornale diventa un secondo giornale

Un aspetto marginale ma significativo della trasformazione della dieta informativa quotidiana degli italiani è il fatto che quello che fino all’altro ieri era un “primo giornale” (ossia un giornale che nella stragrande dei casi è l’unico giornale acquistato) si sta trasformando in un “secondo giornale” per lo stile e l’approccio alle notizie. Senza che questo sia causato da un calo dei lettori (anzi) né dalla scelta dei 200mila lettori di comprare anche un primo giornale a sostituirlo.

Non che sia troppo diverso dal passato recente, epperò in situazioni straordinarie come quelle che stiamo vivendo in questi giorni la cosa si nota di più.

Sto parlando di questo giornale qui.

Il citizen journalism: perché cambia tutto

«Sfumature, punti di vista, sensibilità». Eccolo il valore aggiunto ai siti tradizionali dai contenuti prodotti dagli utenti di internet. Sergio Maistrello indica il bonus che la rivoluzione dei prosumer – consumatori e produttori al tempo stesso – ha aggiunto al giornalismo tradizionale.
Come aveva già evidenziato nel precedente La parte abitata della rete, il giornalista e docente di nuovi media all’università di Trieste mostra in Giornalismo e nuovi media – appena uscito per Apogeo – la dote rara del divulgatore, riuscendo a illuminare in maniera semplice e piana un universo in continua evoluzione ed espansione come quello della rete e dell’informazione che ci viaggia sopra.

Sergio Maistrello spiega come il citizen journalism sta cambiando il panorama dell’informazione.