Viaggio nel mondo anti-abortista

Anni addietro (e qualche stagione politica fa) lessi il bel libro di Silvia Ballestra Piove sul nostro amore. Oggi, con la difesa della legge 194 sempre attuale, ripubblico qui quello che scrissi su Reset.

Ricordate quella stagione in cui un giorno sì e l’altro pure dai giornali, dalle televisioni, dai sagrati delle chiese o dalle piazze al di là del Tevere, si puntava il dito contro la donna assassina, la donna senza cuore che con l’aborto uccide un figlio? Che la 194 era una legge che trasformava «un delitto in un diritto»? No, non stiamo parlando dell’Italia anti-abortista di quarant’anni fa. No, stiamo ricordando quei mesi – era un anno fa, o poco meno – in cui si scatenò una campagna virulenta contro una grande conquista di civiltà, che sancisce il diritto della donna di decidere se e quando avere un figlio. Protagonisti di quella battaglia furono un giornale, «Il Foglio» che chiamò a raccolta un sottobosco di associazioni pro-life, e in parte la Chiesa cattolica che tuttavia, con la decisione di Giuliano Ferrara di entrare nella corsa elettorale con una lista «Aborto? No, grazie», si svincolò saggiamente dall’abbraccio dell’Elefantino visto come andò il 14 aprile: Berlusconi stravinse le elezioni ma Ferrara restò al palo con uno zero virgola, scomparve dalla grande scena mediatica (insieme, va detto, a coloro che l’avevano combattuto sulla barricata laicista).

Proprio in quei mesi, Silvia Ballestra girava per l’Italia con il taccuino e la biro nello zaino per un «pellegrinaggio laico» attrezzata di molte domande e poche certezze. Il risultato, uscito da poco in forma di libro, è un’inchiesta-reportage nella quale la scrittrice rappresenta una fetta (piccola? grande?) di opinione pubblica che di fronte alla violenza del revanscismo anti-194 sgrana gli occhi indignata.

Prima tappa: Roma. Per capire il popolo pro-life italiano la Ballestra è andata a vedere chi fossero coloro che partecipavano alla contro-manifestazione dell’8 marzo organizzata da Ferrara a piazza Farnese. Perché, a sentire le tv e a leggere i giornali, dovevano essere un popolo molto numeroso. E, sorpresa, ad ascoltare i paladini della vita non c’era quasi nessuno.
Altra incursione, questa volta al nord. La reporter-scrittrice si iscrive a un corso di formazione pro-life. Accompagnata dal marito, Ballestra ascolta, si guarda intorno e cerca di capire cosa spinge giovani donne a seguire in fredde e umide serata a Novara lezioni che dietro un velo di dolcezza nascondono la crudezza di una certa propaganda. Una strategia comunicativa di certi gruppi integralisti che mette insieme l’immagine di un feto morto e un bel pancione: «Non sei assassina, ma commetti un omicidio. Non vogliamo spaventarti, ma guarda qui che orrore». Il paradosso del morto senza carnefice regge fino a un certo punto perché il sottotesto dei fondamentalisti anti-abortisti è quello: colpa, colpa, colpa.

«È così normale e allo stesso tempo così complicato». Scrive proprio così Silvia Ballestra. Ed è tutta qui la tensione del dubbio che pone l’aborto nelle donne e nella società. Uno spaesamento di fronte alle vicende umane così diverse e così difficili da giudicare in tutte le loro differenze, che produce uno scarto tra la vita reale e l’ideale che il moralismo estremo invece vorrebbe incastrare a forza.
Nella seconda parte del libro ci sono gli incontri con le persone che in periodi diversi delle storia italiana hanno contribuito a far uscire dall’oscurità e dalla vergogna le donne che intendevano abortire. La Ballestra va a conoscere, e a omaggiare, i vecchi medici che tra i primi ha fatto dell’aborto anche una battaglia politica e civile (Francesco Dambrosio e Silvio Viale). Parole sagge e piene di buon senso eppure controcorrente sono quelle di Anna Bravo. Parole che cercano di rimettere insieme la doppia dimenticanza che intorno al tema dell’aborto c’è stata – in territorio cattolico e, purtroppo, anche in quello laico – fin dagli anni Settanta. Se fino a ieri, i movimenti pro-life hanno sempre parlato di omicidio del potenziale essere umano, dimenticando le sofferenze e la libertà di scelta della madre, nell’orizzonte non confessionale si è sempre privilegiata la tutela della donna senza prendere in esame il dolore del feto. La Bravo ricorda questo duplice oblio e invita ora a tenere insieme i due dolori, quello della madre e quello del feto, senza fare una graduatoria. Scriveva mesi fa su «Repubblica»: «Dire che il corpo femminile è vittima di manipolazione cruenta e allo stesso tempo tramite di una violenza contro il feto non equivale a equiparare aborto e terrorismo».

Equivalenza messa sotto accusa da alcune femministe che molto hanno criticato questa posizione. Eppure prosegue la storica esponente del movimento delle donne, soprattutto i laici, soprattutto le donne, devono trovare il tempo e il modo di esprimere questo dilemma angosciante senza paura di esporsi a strumentalizzazioni, che in questi mesi sono state pur sempre numerose. E non si abbia paura a parlare di etica laica quando si parla d’aborto, anche per non lasciare il territorio in mano alla Cei.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...