Se “Twitter non esiste”, anything goes?

Un gran merito del cambiamento in corso nello scenario dei media, delle comunicazione, dell’informazione ecc., sta nel costringere a pensare ad aspetti che per altri strumenti diamo per scontati. La grammatica d’uso della tv, del giornale, della radio per non dire della forchetta o della polvere da sparo è più o meno la stessa. Certo, il digitale ha cambiato i mezzi di comunicazione, ma insomma, la televisione la guardiamo più o meno allo stesso modo. Non è così per le piattaforme di relazione e di comunicazione come i social network.

E Twitter. Mica è chiarissimo cosa sia, che ci si faccia, a cosa serva. Probabilmente gli usi sono molti, alcuni spariscono altri si affermano sotto la spinta plastica degli utenti (oggi più o meno 150milioni nel mondo). Questo cambiamento in corso viene raccontato ogni giorno da decine di articoli, post, twit, che costruiscono un sapere condiviso sulla natura di Twitter, di cosa sia in questo momento.
Lo fanno standoci dentro come i famosi marinai/scienziati di Otto Neurath che aggiustano la nave mentre sono in mare aperto. Questa perfettibilità e “precarietà” del mezzo ha un effetto su molte analisi, più o meno adeguate, che in questi mesi si leggono, inevitabilmente parziali, inevitabilmente presto invecchiate.

In questo diluvio di riflessioni sui 140-caratteri-spazi-inclusi ho pescato un prezioso post (in verità ne ho pescati due, al secondo mi dedico un’altra volta) che mi ha aiutato a chiarire una questione che mi girava in testa.

Galatea Vaglio la mette giù dura: “Twitter non esiste”. Non esiste perché esistono molti usi e non uno rigido e precostituito. Vero, sacrosanto.

E non esiste, aggiungiamo noi, anche perché quando entri hai una stanza vuota, tabula rasa che riempi con i tuoi pregiudizi, le tue scelte e via dicendo. La TL assoluta non c’è, ragion per cui non c’è neanche il popolo di Twitter perché nessun di noi ha davanti lo stesso flusso di cinguettii.
A view from nowhere non è data, non c’è IL sapere Twitter, c’è sempre un sapere parziale, quello che vedo io.

Eppure a me un problema rimane. Se Twitter non esiste (e quindi neanche “il popolo di Twitter” esiste), ha ancora senso parlare di una dimensione condivisa? Se ognuno sceglie il modo suo di twittare, se ognuno ha a disposizione una dimensione finita e senza regole esterne, se tutto cambia, in quale modo si può criticare, magari anche sbagliando un uso di Twitter? Da quale punto partire?
In buona sostanza, se Twitter non esiste, anything goes
Passaggio rapido, ma non forzato.

Se non esiste uno spazio condiviso, se il senso è precario e instabile, difficile che possa realizzarsi la forma della critica, del giusto o sbagliato, dell’uso – se non piace “corretto” – “migliore” o “peggiore” dello strumento. Se Twitter non esiste, chi ha il diritto di sindacare? Dal sapere si rischia di passare al potere. E allora l’unica risposta che rimane pare essere: “io scrivo quello che mi pare, se non ti sta bene defollowami pure”. Non un gran ché.

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