L’economia dell’identità per il Nobel Akerlof

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In occasione dell’uscita del libro Economia dell’identità, ho intervistato per Europa George A. Akerlof, premio Nobel per l’economia nel 2001 per i suoi studi sull’asimmetria informativa nei mercati. Con me ha parlato di quanto conta essere uomo o donna, bianco o nero, meridionale o settentrionali, giovane o vecchio ecc., nelle scelte di tipo economico.
(Nell’immagine il diploma per il Nobel).

Qui l’intervista.

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Se “Twitter non esiste”, anything goes?

Un gran merito del cambiamento in corso nello scenario dei media, delle comunicazione, dell’informazione ecc., sta nel costringere a pensare ad aspetti che per altri strumenti diamo per scontati. La grammatica d’uso della tv, del giornale, della radio per non dire della forchetta o della polvere da sparo è più o meno la stessa. Certo, il digitale ha cambiato i mezzi di comunicazione, ma insomma, la televisione la guardiamo più o meno allo stesso modo. Non è così per le piattaforme di relazione e di comunicazione come i social network.

E Twitter. Mica è chiarissimo cosa sia, che ci si faccia, a cosa serva. Probabilmente gli usi sono molti, alcuni spariscono altri si affermano sotto la spinta plastica degli utenti (oggi più o meno 150milioni nel mondo). Questo cambiamento in corso viene raccontato ogni giorno da decine di articoli, post, twit, che costruiscono un sapere condiviso sulla natura di Twitter, di cosa sia in questo momento.
Lo fanno standoci dentro come i famosi marinai/scienziati di Otto Neurath che aggiustano la nave mentre sono in mare aperto. Questa perfettibilità e “precarietà” del mezzo ha un effetto su molte analisi, più o meno adeguate, che in questi mesi si leggono, inevitabilmente parziali, inevitabilmente presto invecchiate.

In questo diluvio di riflessioni sui 140-caratteri-spazi-inclusi ho pescato un prezioso post (in verità ne ho pescati due, al secondo mi dedico un’altra volta) che mi ha aiutato a chiarire una questione che mi girava in testa.

Galatea Vaglio la mette giù dura: “Twitter non esiste”. Non esiste perché esistono molti usi e non uno rigido e precostituito. Vero, sacrosanto.

E non esiste, aggiungiamo noi, anche perché quando entri hai una stanza vuota, tabula rasa che riempi con i tuoi pregiudizi, le tue scelte e via dicendo. La TL assoluta non c’è, ragion per cui non c’è neanche il popolo di Twitter perché nessun di noi ha davanti lo stesso flusso di cinguettii.
A view from nowhere non è data, non c’è IL sapere Twitter, c’è sempre un sapere parziale, quello che vedo io.

Eppure a me un problema rimane. Se Twitter non esiste (e quindi neanche “il popolo di Twitter” esiste), ha ancora senso parlare di una dimensione condivisa? Se ognuno sceglie il modo suo di twittare, se ognuno ha a disposizione una dimensione finita e senza regole esterne, se tutto cambia, in quale modo si può criticare, magari anche sbagliando un uso di Twitter? Da quale punto partire?
In buona sostanza, se Twitter non esiste, anything goes
Passaggio rapido, ma non forzato.

Se non esiste uno spazio condiviso, se il senso è precario e instabile, difficile che possa realizzarsi la forma della critica, del giusto o sbagliato, dell’uso – se non piace “corretto” – “migliore” o “peggiore” dello strumento. Se Twitter non esiste, chi ha il diritto di sindacare? Dal sapere si rischia di passare al potere. E allora l’unica risposta che rimane pare essere: “io scrivo quello che mi pare, se non ti sta bene defollowami pure”. Non un gran ché.

La novità del “popolo” di Twitter?

Oggi il Foglio pubblica un breve articolo su quello che chiama “l’ultimo tic giornalistico” ossia riferirsi a qualche trend on line con espressioni tipo “Il popolo di Twitter vuole”, “Il popolo di Twitter dice” ecc.
L’uso di parte per il tutto sotto la voce “popolo” a me non sembra una gran novità. Cambia l’oggetto (oggi è Twitter) ma il meccanismo è lo stesso.
Di questo fenomeno, il boom dei “popoli” scrivevamo tempo fa su Reset. Questo era l’inizio dell’articolo del maggio 2010:

L’ultimo arrivato è il popolo delle carriole dell’Aquila. Ma c’è anche il popolo di Facebook, evoluzione di massa del popolo dei blog e trasformazione 2.0 del popolo del web che a sua volta ha partorito il popolo viola sceso in piazza qualche mese fa per un sorprendente No B. day.
Sul territorio c’è la Lega che è un partito di popolo che da anni si organizza durante le campagne elettorali nel popolo dei gazebo e anche così sta conquistando il Nord. C’era una volta la sinistra di popolo («avanti popolo ecc.»), oggi la si accusa di essere troppo interessata ai salotti e incapace di essere popolare realmente. C’è poi il popolo di Silvio a chiedere le riforme che il Governo dovrebbe varare. Secondo Bossi la ragione per cui a destra vincono, insieme con Berlusconi, è perché loro due sono «uomini del popolo». Il 20 marzo insieme al popolo del Capo che si era dato appuntamento a piazza San Giovanni, a Roma sfilava anche il popolo dell’acqua, erede del popolo no global che oggi è un po’ in ribasso; il popolo del non voto ha punito un po’ a destra e a manca, spiegano gli analisti dei flussi elettorali.
I giornali sono ubriachi di popolo, la politica è ubriaca di popolo. Basta sfogliare una rassegna stampa degli ultimi mesi per farsi un’idea di un fenomeno che è certo un tic delle redazioni, un moda linguistica, ma non solo.

Poi ci abbiamo scritto anche un libretto.

Nobama! Chi sono i Tea Party

Dopo l’esplosione post-Obama e il successo decisivo che ha condizionato l’esito delle elezioni di Mid-Term nel 2010, i Tea Party stanno cercando di capire come posizionarsi nella volata che si concluderà con le presidenziali del prossimo autunno ma che avrà uno step decisivo nella candidatura repubblicana che dovrà uscire dalle primarie.

Romney, Santorum, Gingritch? Chi rappresenta al meglio l’anima molteplice, conservatrice e libertaria, xenofoba e ultraliberista della galassia dei Tea Party? In questi giorni è uscito il libro Tea Party di Giovanni Borgognone e Martino Mazzonis, solida ricognizione di un movimento del quale ancora non si è compresa fino in fondo la natura.

Del libro ne ho scritto qui.

Il 13 marzo la presentazione del volume al Centro Studi Americani di via Caetani a Roma è stata un’ottima occasione per capirci qualcosa. Qui il podcast audio.