#Ilpopolodellaretenonperdona ma non è neanche una lobby

Nel libretto ho sottolineato più volte (e per certi versi fin dal titolo) quanto fosse sbagliata l’idea che esistano popoli la cui identità è definita a tavolino e per opposizione a un indistinto “tutti gli altri”.

Capitolo autonomo e molto interessante è quello che fin dai tempi del popolo dei fax è stato l’appellativo che l’informazione mainstream ha appioppato agli utenti delle nuove tecnologie e delle applicazioni che via via nascevano e si diffondevano. Negli anni si sono succeduti il popolo di internet, del web, dei social network, di Facebook, fino al più recente popolo di Twitter.

Tutti questi “popoli” sono tali in quanto definiti per via di opposizione rispetto a una fantomatica maggioranza più indistinta e meno coesa. Da notare in questo senso che non è mai apparsa all’onore delle cronache la formula “il popolo della televisione” e nemmeno “il popolo dei lettori dei giornali”. Solo le minoranze – reali o immaginate da chi non conosce il di cui (Facebook in Italia conta più di 20 milioni di utenti) – sono candidate a diventare “popoli”.

Nei giorni scorsi, Valentina Di Leo e Sergio Ragone hanno messo in piedi Il popolo della rete non perdona, un Tumblr che raccoglie tutte quelle notizie costruite intorno al fantomatico popolo di internet che appassiona i giornali.
Un lavoro meritorio che costituisce un piccolo archivio per chi vorrà fra qualche anno guardare a quel tempo strano in cui gli utenti di Twitter o di Facebook non avevano differenze agli occhi di chi faceva informazione sui mass media.

Poi leggo un twit di Marina Petrillo, ovvero uno tra i migliori snodi della twittosfera italiana, il nostro Andy Carvin amplificatore anche da noi delle rivoluzioni nel nordafrica. E mi chiedo se la cattiva interpretazione che espressioni come “il popolo del web” forniscono della realtà della rete, non sia aiutata anche da chi abita la rete in maniera molto più consapevole rispetto allo standard televisivo o a quello dei giornali.

Può sembrare lana caprina – e non nego che possa esserlo – eppure quel “il web ha fatto lobbying” suona molto vicino alle tante attività attribuite in questi anni al popolo di internet. Come fa il Web a fare lobbying? Il web chi? non saranno hub importanti, come @alaskaRP e altri, a condizionare se ci riescono le opinioni di molti altri? dei parlamentari?

(Ovviamente, non è in questione il singolo twit della, ripeto, bravissima Marina. In verità, di twit del genere ce ne sono diversi e tutti significativi di un passaggio che è difficile assumere e fare proprio fino in fondo, ovvero che la molecolarità dell’attività in rete confligge che le nostre abitudini linguistiche).

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