#FormattiamoilPDL, disintermediazione dall’alto e dal basso

Al netto di tutto ciò che si dice e si ripete ormai da anni sul rinnovamento della politica nell’epoca dei social network (più partecipazione, più tecnologia, più “basso”) molto di quello che è uscito intorno all’idea di #formattiamoilPDL (su cos’è si veda il post di Giovanni Boccia Artieri) mi sembra ancora girare a vuoto. Certo, da parte di militanti e dirigenti del Popolo delle libertà si sollevano questioni ragionevoli e che altrove sembrerebbero banali (più congressi, più democrazia dal basso, meno Minetti e meno paillettes ecc.). In alcuni c’è anche un entusiasmo autentico e molto desiderio di cambiare.

Eppure, malgrado il lodevole intento, a guardare il flusso su Twitter di #formattiamoilPDL sembra esserci finora più che altro la soddisfazione per aver azzeccato l’hashtag, quello con un certo appeal – che è comunque risultato non da poco – ma che di certo non basta.

Certo, la politica deve cambiare, la democrazia italiana (quella dei partiti, quella uscita dalla Resistenza, per intendersi) deve prendere atto che qualcosa non funziona. Ci provano alcuni a sinistra, sebbene ognuno per i fatti suoi e in maniera estemporanea (cosa rimane della prova di forza comunicativa di Renzi alla Leopolda?), adesso ci provano anche anche a destra.
Al tempo stesso, la politica deve prendere atto che la sfera pubblica nella quale si discutono i grandi temi non è più quella habermasiana di cinquant’anni fa, che i partiti non sono più i mediatori, i “facilitatori” di un tempo, e ora esiste un’opinione pubblica molto più consapevole e sensibile e che esistono canali di trasmissione che facilitano di molto lo scambio delle idee.

Non si tratta di un cambiamento della sola comunicazione politica ma del ruolo stesso della politica. A sinistra fanno fatica ad accorgersene, vero. Il problema è che a destra finora non sono proprio attrezzati per farsene carico.

Il Pdl è per sua intima costituzione e convinzione del suo capo fondatore partito della disintermediazione. Ma della disintermediazione dall’alto! «Il parlamento è un organismo pletorico, i parlamentari dovrebbero limitarsi ratificare le decisioni del governo» diceva il Berlusconi di governo. La pratica e l’esperienza della disintermediazione dal basso non gli hanno interessato finora se non per estemporanee trovate come quella nata morta del Tea Party italiano lanciata dall’allora presidente del Consiglio poco più di un anno fa. Paradossale idea di un movimento grassroot pensato a Palazzo Grazioli.

Detto questo, ho l’impressione tuttavia che uno dei temi più interessanti della lunga o lunghissima volatona verso le prossime elezioni politiche (siano alla scadenza naturale della legislatura 2013 oppure anticipate) sia proprio la collocazione politica e comunicativa del centrodestra.
Dopo le mazzate di Milano e Napoli e dei referendum della scorsa primavera, sembra che qualcosa nel partito berlusconiano si sia mosso. La web tv annunciata dalla stesso Cavaliere e le dichiarazioni del responsabile per la comunicazione Pdl Palmieri sembrano guardare con sempre più interesse a una fascia di persone che guardano sempre meno la tv e sono (forse) più sensibili a un certo tipo di comunicazione on line. Tutto sta a vedere se il partito televisivo saprà adeguarsi alla logica dell’ascolto, del nodo tra i nodi.

Il 2012 sarà l’anno in cui la riformattazione del Pdl significherà una teapartizzazione? Difficile dirlo. Certo è che il tessuto culturale e politico sul quale stanno lavorando i giornali del centrodestra è molto vicino a quello sostenuto dai cappelletti a stelle e strisce anti-Obama. Anti-europeismo, anti-casta, anti-partiti, contro le banche, tutti temi che innestati sullo scontento diffuso possono essere un volano politico funzionale a una possibile svolta 2.0 del partito (post) berlusconiano. Staremo a vedere.

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