Eppure quella di Roma era la manifestazione più grande

Sul dopo 15 ottobre ho scritto questo pezzetto per Caffeeuropa.it.

Se da una parte la massiccia partecipazione alla manifestazione testimonia un’eccezionale fame di politica e partecipazione, confermando quanto emerso durante la scorsa primavera con l’impegno diffuso on e off line di moltissimi per le amministrative e i referendum, dall’altra mostra anche l’imprescindibilità dei luoghi della mediazione politica. Siano quelli vecchi, i partiti, o siano nuovi da inventare, l’elaborazione di proposte concrete e visionarie pretende tempi lunghi e strutture solide e democratiche. Altrimenti, se si vuole una democrazia diversa e ma non si ha ben chiaro come questo nuovo modello debba funzionare si rischiano derive nelle quali il nichilismo ha la meglio su qualsiasi pensiero complesso, nel quale la violenza è puramente mediatica, prodotto di un narcisismo che nulla ha di politico.

Black bloc è un esorcismo, come lo sono la “mano nera” e “i quattro stronzi” che avrebbero devastato Roma il 15 ottobre. Innanzitutto, perché non erano affatto quattro ma migliaia. Ma soprattutto perché a farne la radiografia non se ne cava un ragno dal buco se si vuole provare a comprendere fino in fondo quel che accade in questo sgangherato paese nel quale di “rivoluzioni” parlano le voci più radicali e un premier al telefono con un faccendiere latitante al quale confessa che ci sarebbe da assaltare tribunali e giornali. Ma cercare i responsabili tra gli anarco-insurrezionalisti torinesi, padovani o romani, è però l’aspirina per un’Italia che non ha solo un raffreddore.

In fondo chi è il lanciatore di estintori in prima pagina il giorno dopo la manifestazione, “er pelliccia”? Un ragazzino che forse ci avrebbe guadagnato qualcosa a frequentare di più un centro sociale. Formazione politica? zero. Un’ideologia? figuriamoci. Un libro in tasca? Paura e delirio alla svegas (sic).

Al netto della dietrologia antica come le manifestazioni di piazza, la gestione istituzionale della piazza è stata un fallimento. Finché non porteranno la pistola fumante dell’infiltrato continuare a ripetere che si sa come funzionano le manifestazioni, si sa a chi convengono gli scontri (risposta: al potere costituito e al sistema), vale per quel che vale, ovvero nulla. Eppure, e chi scrive l’ha toccato con mano sabato 15, l’organizzazione delle forze dell’ordine è stata quantomeno schizofrenica. Alle 15 e 30, il Rione Monti – quello dove ha sede la Banca d’Italia per intendersi – era presidiato da decine di autoblindo e centinaia di uomini dei carabinieri, polizia ecc. L’idea era di imbottigliare il corteo in un tubo dal quale non si usciva né si entrava fino al punto di impedire – se non l’avessi visto non l’avrei creduto – a una donna incinta di uscire da via Cavour. Opposta era la situazione in piazza San Giovanni dove alla stessa ora sembrava di essere in una domenica senz’auto, coi bambini che giocano sui prati e qualche bancarella che vende magliette militanti. Senza chiedersi troppo le ragioni di questa gestione strabica (per dire, il conflitto tra questura e governo), è un fatto che sia stata fallimentare.

Come catastrofica è stata la gestione del corteo – prima e durante – da parte del Comitato 15 ottobre, organismo composito e già naufragato, che avrebbe dovuto sorvegliare e filtrare anch’esso la composizione eterogenea dei manifestanti. Alla fine e col senno di poi, i troppi compromessi a cui tutti hanno dovuto sottomettersi non hanno accontentato nessuno e la deflagrazione è stata inevitabile. Troppe identità da rappresentare – dai Cobas ai No Tav, dai vecchi No Global ai nuovi indignati – una rete che non ha saputo trovare il punto d’equilibrio fondamentale.

Proprio il rapido smantellamento del Comitato che ha organizzato la manifestazione, è triste ammetterlo, dice di quanto fosse artefatta l’idea che qui in Italia esistesse qualcosa di simile a quello che andava accadendo in altre capitali occidentali (non parliamo poi delle presunte analogie con piazza Tahrir). Roma come Madrid o New York? Non scherziamo.

Molti si chiedevano nelle ore successive alla guerriglia urbana a San Giovanni perché solo da noi gli incidenti. Già, perché? Ma anche, perché solo da noi una manifestazione così ampia? Di gran lunga la più ampia tra quelle che si sono svolte il 15 ottobre. Domande alle quali non è facile rispondere, ma che sicuramente ci dicono che l’Italia non è gli Usa e neanche la Spagna per storia politica recente, per composizione della società civile, per qualità della discussione pubblica e via dicendo.

A differenza di Occupy Wall Street oppure di quello spagnolo del 15M, da noi “Il Movimento” è un’astrazione consolatoria che riempie in questi giorni molti testi della sinistra più o meno radicale ma alla quale non corrisponde un bel niente. Il Movimento non esiste e lo ha dimostrato la manifestazione dell’altro giorno nella quale hanno marciato molti spezzoni di società civile organizzata, indignata spesso per ragioni non coincidenti e che sfilava per dare visibilità alle proprie istanze. Al più esistono dei movimenti, delle rivendicazioni locali (la Val Susa) e globali (l’anti-capitalismo) che si innestano le une nelle altre per trovare maggiore visibilità.

Quel che manca è proprio una piattaforma politica collettiva, nuova e condivisa. Nessuno discute la crisi, la situazione economica drammatica nel nostro paese che non riguarda ormai più solo i giovani dal momento che la precarietà è sempre meno uno status provvisorio della vita e sempre più una condizione perenne che ormai investe anche i cinquantenni.

Non sono le domande a mancare a chi scende in piazza, sono le risposte a essere carenti. L’avversione al neoliberismo sulla bocca dei capi indignati che riescono a raggiungere la televisione è slogan che non interpreta e non fa presa neanche su chi condivide la critica all’esistente.

Se da una parte la folla della manifestazione testimonia un’eccezionale fame di politica e partecipazione, confermando quanto emerso durante la scorsa primavera con l’impegno diffuso on e off line di moltissimi per le amministrative e i referendum, dall’altra mostra anche l’imprescindibilità dei luoghi della mediazione politica. Siano quelli vecchi, i partiti, o siano nuovi da inventare, l’elaborazione di proposte concrete e visionarie pretende tempi lunghi e strutture solide e democratiche. Altrimenti, se si vuole una democrazia diversa ma non si ha ben chiaro come questo nuovo modello debba funzionare si rischiano derive nelle quali il nichilismo ha la meglio su qualsiasi pensiero complesso, nel quale la violenza è puramente mediatica, prodotto di un narcisismo che nulla ha di politico.

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