Murdoch e il bailout dei giornali

Mio articolo uscito domenica 21 agosto sul Manifesto.

«In fondo cos’è la Tv se non un tostapane con immagini?». Negli Usa tempo fa se lo chiedevano per giustificare la centralità del mercato anche quando si ha a che fare non con un elettrodomestico ma con uno strumento che tra l’altro forma le opinioni dei cittadini, ovvero i mattoni di cui è fatta la democrazia.
Si tratta di un cinismo che è difficile non vedere dietro l’impero editoriale di Rupert Murdoch, dietro operazioni come la creazione da zero quindici anni fa di un colosso della tv Usa come Fox, il canale via cavo che ha come marchio l’estremismo conservatore che spesso, molto spesso, sfocia in un grottesco razzismo. Business is business e Murdoch ha stravinto la scommessa affidandosi a chi, come il reaganiano Roger Ailes, ha saputo coltivare un’opinione pubblica che non si riconosceva nella Cnn.
L’inaudita vicenda di News of the World racconta una vicenda affine. La gara forsennata ad aggiudicarsi lettori-consumatori non guarda in faccia nessuno.

«È la stampa, bellezza» si dirà, e il capitalismo dell’informazione è anche questo. Certo, finché però il bubbone non scoppia e allora la domanda diviene ineludibile: ma di che giornalismo si tratta? che calpesta tutti, vip e povera gente, e ha in pugno la politica?
Jeff Jarvis, qualche giorno fa, twittava la stessa questione da un punto di vista diverso: se Murdoch avesse a cuore a) il giornalismo b) la sua reputazione, chiederebbe a tutti i suoi media di raccontare adeguatamente e con durezza l’hackgate. Ma non è così perché, risponde il docente di Columbia University, il suo interesse è il potere. E il profitto aggiungiamo noi.
La questione non è dunque quella annosa se i tabloid facciano o meno informazione. Nei paesi anglosassoni, i giornali popolari non vellicano solo i bassi istinti della società, ma sono anche uno degli strumenti su cui si tiene in piedi la democrazia dei lettori, quella in cui l’homo videns ancora non è diventato il cittadino unico di una democrazia televisiva.
La questione oggi è il mercato. Fin dove la conquista dei lettori può giustificare comportamenti senza scrupoli o addirittura criminali? Si racconta che lo squalo australiano godesse a ogni scoop dei suoi giornali o delle sue tv e c’è da credere che non dipendesse dalla notizia esclusiva, dalla rilevanza agli occhi dell’opinione pubblica. È ora di chiedersi se le nostre democrazie azzoppate possano permettersi un liberismo senza regole anche per quel che riguarda l’informazione.

Ma torniamo al tostapane. La battuta è riportata da Jürgen Habermas in uno dei saggi raccolti nel recente Il ruolo dell’intellettuale e la causa dell’Europa (Laterza). Il filosofo tedesco – che scrive nel 2008 ma il suo discorso è se possibile ancora più valido oggi – se la prende con l’idea che le notizie siano merce al pari di qualsiasi altro bene di consumo.
L’argomento mainstream quando si parla di informazione suona più o meno così: il giornale è un’industria e le notizie sono il suo prodotto che deve sopravvivere sul mercato. Dunque, i giornali in quanto industrie delle notizie devono riuscire a vivere sul mercato. E se non ci riescono – è la conclusione dello pseudo-sillogismo – peggio per loro, significa che la merce era sbagliata o che il mercato non era pronto. Arrivederci e grazie.
E no, risponde Habermas. In un’epoca come la nostra nella quale sempre più la qualità dell’informazione coincide col profitto a brevissimo termine c’è il pericolo enorme per le nostre democrazie che la sfera pubblica divenga sempre più fragile e terreno di conquista di un populismo governato da potenti multinazionali delle news che danneggiano le democrazie.
Per far fronte a questa situazione, scrive l’ultimo dei francofortesi, è necessario «abituarsi all’idea della sovvenzione di quotidiani e periodici» direttamente, con agevolazioni fiscali o con bailout statali. Ne va dell’esistenza, non solo della salute, delle democrazie. D’altra parte, si chiede in conclusione Habermas non senza qualche ragione, «quando si tratta di gas, elettricità e acqua lo Stato ha l’obbligo di assicurare l’energia alla popolazione. Non dovrebbe essere parimenti obbligato quando si tratta di quel tipo di “energia”, senza il cui afflusso sorgono perturbazioni che danneggiano lo stesso Stato democratico?».

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