Il tramonto del partito-padre

La fine di un rapporto verticale tra partito ed elettori. Con le amministrative e i referendum, inizia a declinare un’idea di relazione tra la politica e i cittadini. Non più facilitatori, interpreti della società e del mondo, i partiti devono reinventarsi un ruolo a partire da questa perdita di centralità. Su questi e altri temi, per l’ultimo Reset ho fatto una lunga lunga intervista allo psicanalista Massimo Recalcati. Il link qui sotto per proseguire.

Lo psicanalista e la politica nell’epoca di Berlusconi che tramonta e in quella che si annuncia più internettiana e meno televisiva. Massimo Recalcati psicanalista lacaniano e autore del recente Cosa resta del padre? (Raffaello Cortina, 2011) in quest’intervista ragiona sui tratti originali della psiche del berlusconismo e della politica che si è affermata dagli anni Novanta.
«Berlusconi non è stato tanto un manipolatore di coscienze – spiega Recalcati – ma il regista e l’attore del godimento pulsionale portato al di là di qualsiasi regola». In questa sfrenata libertà risiederebbe il fascino seduttivo esercitato su milioni di italiani per quasi un ventennio, un magnetismo per l’«io forte» e narcisistico che però ora non sembra funzionare più (addirittura di Re Mida al contrario si è parlato in queste settimane a proposito di Berlusconi). Usando anche Freud e Lacan, Recalcati analizza la trasformazione dei partiti da famiglie con alla guida un padre autorevole – se non autoritario – a comunità orizzontali dove il modello è la fratellanza? O non è necessario, come Recalcati auspica, che la politica e i partiti sappiano apprendere da quel femminile che Lacan ha insegnato essere il luogo delle differenze e quindi della democrazia?

Con i recenti risultati elettorali e rferendari, può dirsi conclusa definitevamente l’epoca del partito-padre che spiega il mondo a uso dei cittadini-figli?

L’epoca del partito-padre non coincide propriamente con il berlusconismo, il quale mi pare piuttosto che contribuisca a disfare l’idea stessa di partito. L’estremismo politico di Berlusconi si manifesta anche come rifiuto dei partiti e della dimensione di argine simbolico che essi hanno costituito nella nostra civiltà. Il partito è considerato, come la Costituzione stessa, un residuo del passato dal quale è necessario liberarsi. Il nostro tempo resta il tempo del capo mediatico, più che carismatico, o, se si preferisce, del capo che costruisce mediaticamente il proprio carisma. Questa epoca, non illudiamoci, non è esaurita.

Però sembra sia in corso un passaggio dal «partito personale» a qualcosa d’altro?

L’epoca cosiddetta post-ideologica è l’epoca della riduzione della politica a pubblicità, a spot, a messaggio subliminale. È una forma estrema di quello che Benjamin aveva definito come «esteticizzazione della politica». È vero però che le ultime tornate elettorali segnalano una controtendenza a questo processo di esteticizzazione che l’idea bersaniana del partito-strumento, del partito al servizio della società civile, mi sembra possa rappresentare bene. Si tratta di un segnale forte di discontinuità rispetto al culto narcisistico del partito centrato sulla potenza mediatica del leader. Le nuove generazioni mostrano di non essere più catturate dallo specchio di un «io forte» capace di successo di cui il berlusconismo è l’esaltazione cinica.

Si tratta di una discontinuità che emerge dagli ultimi risultati elettorali. Non è così?

Non è un caso che i referendum chiamassero a votare non solo per l’immediatezza degli interessi personali o corporativi – il berlusconismo come la televisione non ha capacità di pensieri lunghi, che per Berlinguer era la qualità propria del pensiero politico; volete le case? Ecco le case! Volete le strade pulite? Ecco le strade pulite! – ma per i beni comuni, per le generazioni a venire, per un modello di sviluppo alternativo a quello dello sfruttamento senza limiti delle risorse.

Siamo alle prese con il tramonto di un’epoca e con l’affermazione politica di cittadini consapevoli e competenti?

Come Le dicevo sarebbe illusorio pensare che il totalitarismo ipermoderno del leader come incarnazione di un godimento disponibile per tutti e privo di limiti sia definitivamente tramontato. Il populismo berlusconiano ha come suo centro un’idea perversa di libertà. È stata paradossalmente la sua forza. Screditare ogni pensiero istituzionale (e costituzionale) come un residuo del passato, come una zavorra inutile, come mera burocrazia. In questo esso resta fedele al vitalismo irrazionalista che ha nutrito i totalitarismi storici. Ma in un contesto decisamente differente; in gioco non c’è la lotta politica per l’affermazione di un ideale (delirante o meno), ma la difesa cinica dei propri interessi personali. L’individualismo e non il collettivismo è la caratteristica specifica del populismo berlusconiano. La recente vittoria elettorale dei cittadini non sedotti dalla cultura berlusconiana è effettivamente una vittoria illuminista. Ma per accelerare il tramonto del berlusconismo non serve solo l’argomentazione critica e la diffusione della consapevolezza illuminata. La forza del berlusconismo, la sua capacità di suscitare consenso, come avviene in realtà in ogni forma di populismo, concerne la sua capacità di mettere in scena l’eccesso pulsionale. Un’alternativa alla cultura del berlusconismo deve riuscire a ospitare l’eccesso dandogli però una forma diversa da quella populista e da quella cinico-individualista (che sono le due anime del berlusconismo).

Uno dei termini chiave dei movimenti che in Italia (ma anche in Europa) sono nati in questi mesi è «indignazione». È possibile superare la semplice indignazione?

L’indignazione non è pura argomentazione persuasiva ma qualcosa che già mette in relazione la critica illuminista all’eccesso pulsionale. L’indignazione è un movimento della ragione e del corpo insieme. Si deve poter smuovere il desiderio, si deve provare a recuperare la dimensione eccedente del desiderio nella vita politica.

Alla verticalità dei mass media (la tv su tutti) si è affiancata in maniera decisiva una comunicazione orizzontale e dal basso. Tra i frequentatori dei social network, tra coloro che si sono impegnati a favore di Pisapia a Milano, tra tutti coloro che hanno fruito e prodotto al tempo stesso informazione, sembra esserci una relazione di fratellanza piuttosto che di padre-figlio. Anche questo è un segno che qualcosa sta cambiando?

Il passaggio dalla piazza e dai comizi alla televisione aveva sancito la fine della prima Repubblica e, probabilmente, quello dalla televisione alla rete contribuirà a sancire la fine del berlusconismo. In questo ultimo passaggio è in gioco la dissoluzione del potere seduttivo dello sguardo che, come mostra bene Lacan, non è una proprietà del soggetto, ma è qualcosa che innanzitutto ci guarda. Lo spettatore televisivo non è attivo, non guarda, ma è innanzitutto guardato da ciò che pensa illusoriamente di guardare. Rispetto a questa struttura suggestiva che caratterizza il mezzo televisivo, la rete introduce una gestione del sapere e del potere orizzontale, plurale, decentrata, priva di addensamenti verticali e che indubbiamente contribuisce a indebolire lo sguardo ipnotico del centro. Si tratta di una potenzialità della rete che investe effettivamente la possibilità di realizzare legami più democratici e meno ipnotici.

Berlusconi ha fatto un uso sempre più insistente delle barzellette anche in occasioni pubbliche. Storielle spesso volgari e poco divertenti. Cosa rivela questo voler far ridere in ogni occasione?

Nella cultura berlusconiana la barzelletta tiene il posto che nel mondo della politica tradizionale era occupato dall’argomentazione persuasiva. Questo cambiamento implica la pulsione. Lo ricordava Freud: nel motto di spirito è sempre in gioco un moto pulsionale. La barzelletta comunica demagogicamente al popolo che siamo tutti fatti della stessa pasta, della pasta del godimento. In realtà l’oscenità berlusconiana manifesta il disprezzo per l’ordine simbolico e le sue leggi. L’irriverenza del motto di spirito non è semplice trasgressione, ma rivela la posizione del suo autore nei confronti della verità. Quando Berlusconi include il bunga bunga nei suoi motti di spirito dimostra di saper utilizzare fino in fondo le virtù equivoche del linguaggio; la menzogna nell’essere parlante può, infatti, assumere benissimo le forme della rivelazione della verità. Freud ha raccontato una storiella ebraica divenuta poi molto famosa: due ebrei si incontrano in treno. «Dove vai?», domanda uno. L’altro risponde: «a Cracovia». Il primo pensa tra sé e sé: «dice che va a Cracovia perché in realtà vuol farmi credere di andare a Leopoli». Dunque dice una verità che però è una menzogna. Allo stesso modo posso fabbricare delle tracce false che vanno nella stessa direzione che sto percorrendo, non perché i miei inseguitori caschino ingenuamente nel tranello, ma perché le sappiano riconoscere come false e dunque possano decidere di seguire la direzione opposta da quella percorsa da me. Allo stesso modo le barzellette di Berlusconi che hanno come tema l’essere il protagonista del bunga bunga non sono fatte per indurre la credenza negli altri di esserlo, ma di suggerire di non esserlo affatto, anche se in realtà lo è veramente. Rivelare la verità che non si vuole rivelare può essere infatti un modo per mantenerla occultata.

Molto è stato detto e molto ci sarebbe da dire sul rapporto tra Berlusconi e i suoi elettori, sui modi a volte paterni a volte seduttivi con il suo elettorato. Berlusconi ha avuto un atteggiamento infantilizzante rispetto al suo elettorato. Ora, per varie ragioni, sembra che gli italiani siano cresciuti, maturati. Indipendentemente dal risultato elettorale, l’atteggiamento di fronte alle bugie, alle falsità, allo spinning è stato più consapevole, come se non dessero più ascolto a quello che il padre televisivo raccontava.

Ho sempre pensato che una lettura del berlusconismo come puro effetto della manipolazione mediatica della verità fosse una lettura troppo ingenua e ancora troppo umanistica. Il consenso che Berlusconi ha raccolto non è tanto il frutto della manipolazione subdola della verità, ma, ben più oscenamente, del mostrarsi com’è nella realtà. Berlusconi non ha guadagnato il consenso nonostante i suoi comportamenti estremisti ma grazie ai suoi comportamenti estremisti, i quali manifestano non tanto le virtù dello statista ma quelle di una spinta a godere al di là di ogni limite. È questo eccesso pulsionale ciò che ha affascinato i suoi elettori. È il cardine di una nuova psicologia delle masse. Il leader non incarna l’ideale della causa ma le possibilità illimitate del godimento pulsionale. È solo in questo contesto che assume significato il valore assoluto che il berlusconismo attribuisce alla libertà. La libertà senza vincoli e responsabilità, la libertà di godere senza passare dal filtro simbolico della castrazione.

A questo proposito andrebbe ricordato il rapporto (edipico?) con le ragazze che frequentano le residenze del Presidente del Consiglio e che lo chiamano “papi”.

Penso che il berlusconismo abbia distorto la funzione simbolica della paternità che è quella, per essere molto sintetico, di mantenere uniti – come si esprimeva Lacan – la Legge e il desiderio; distorcere quella funzione significa precisamente rompere l’alleanza tra Legge e desiderio. Significa – e questo è ciò che ha dato al berlusconismo la sua forza specifica – affermare un desiderio privo di Legge, dunque un desiderio che sconfina con il godimento illimitato che per la psicoanalisi è il godimento incestuoso. Per questo l’appellativo «papi» è rivelatore di una tendenza perversa intrinseca al berlusconismo come fenomeno culturale. Si tratta di porre la volontà di godimento come priva di limiti. Nei resoconti delle notti di Arcore, almeno per come si ricavano dalle intercettazioni, ciò che più mi colpisce è la dimensione cumulativa, seriale e anonima dei corpi; i quali non solo sono ridotti a meri strumenti di godimento, ma devono soprattutto restituire al loro «utilizzatore finale» il segno della sua potenza fallica, della sua forza pulsionale che nemmeno il tempo può scalfire. Nella ripetizione seriale e anonima dei corpi e nella loro accumulazione compulsiva si cerca di scongiurare lo spettro della morte perpetuando la stessa scena, lo stesso infinito godimento; come se un fotogramma si isolasse da una narrazione e si ripetesse a se stante, come, appunto, fuori dal tempo…

Se il partito-padre è entrato in crisi non si vede all’orizzonte un «partito-madre» che abbia dei tratti meno assertivi e più aperti. Come potrebbe essere un partito declinato in chiave femminile? Una politica che sia declinata al femminile?

Non sono convinto che una reale alternativa al partito del padre-padrone possa essere il partito-madre che sarebbe inevitabilmente assistenziale… Mi convince di più l’ipotesi che Lei fa di un partito declinato in chiave femminile. Diversamente dai partiti-padre o dai partiti-madre, che si reggono gli uni sulla potenza seduttiva dell’eccezione, del leader carismatico e incontrastato e gli altri sull’idea della comunione, dell’essere riuniti in un unico contenitore, il femminile – come Lacan ci ha spiegato – ha come caratteristica fondamentale il molteplice, l’uno per uno, la singolarità, la differenza. I modelli del partito-padre e del partito-madre è bene lascino il passo a una forma di legame che non annulli differenze e molteplicità ma che sappia valorizzarle. Il femminile in psicoanalisi allude a questa sensibilità speciale nei confronti delle differenze, al sapersi prendere cura del particolare al di là o al di qua dell’universale dell’idea. In questo senso un partito capace di praticare autenticamente la democrazia non può che essere – ben al di là delle cosiddette quote rosa – declinato al femminile.

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