Borghezio, Feltri e l’estremismo da battere

Continuo a pensare che l’alternativa tra follia e ideologia per giungere a comprendere la strage in Norvegia sia monca. Continuo a pensare che le ripetute stronzate di Borghezio debbano essere in gara per un Parlamento e possibilmente battute dalle persone che le riconoscono per quel che valgono piuttosto che censurate preventivamente. Le oscenità di Feltri devono far perdere lettori al Giornale non il tesserino dell’Ordine dei giornalisti a lui. Continuo a credere che debba essere il confronto e lo scontro tra le idee a mostrare quali hanno un futuro e quali solo un tragico passato.

Insomma, mi pare che quanto scrive Ross Douthat sul New York Times sia saggio e vada meditato.

For decades, Europe’s governing classes insisted that only racists worried about immigration, only bigots doubted the success of multiculturalism and only fascists cared about national identity. Now that a true far-right radical has perpetrated a terrible atrocity, it will be easy to return to those comforting illusions.

But extremists only grow stronger when a political system pretends that problems don’t exist. Conservatives on both sides of the Atlantic have an obligation to acknowledge that Anders Behring Breivik is a distinctively right-wing kind of monster. But they also have an obligation to the realities that this monster’s terrible atrocity threatens to obscure.

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2 pensieri su “Borghezio, Feltri e l’estremismo da battere

  1. Capisco il suo ragionamento e lo apprezzo.
    Non c’è un sistema “perfetto” che possa metterci al riparo da ogni crimine e da ogni “ombra”.
    Esiste però un sistema almeno perfettibile, chiamato democrazia, e sta a noi – a tutti noi – coltivarlo giorno dopo giorno, arginando le idee folli che invocano sopraffazione discriminazione e violenza, confutandole, smontandole pezzo per pezzo per far vedere l’assurdo che contengono.
    Nessuna legge può salvarci a priori dai fanatismi e dall’intolleranza, perché questi si insinuano come virus ovunque, e quando pensi di averli debellati “per sempre”, rinascono tenacemente sotto altre forme, di solito più subdole. Quindi nessun marchingegno o artificio può esentarci dal dibattito, dal confronto, dalla dialettica democratica: è lì l’unico valido campo di azione; bisogna sempre, ogni volta, spiegare perché una determinata ideologia è negativa, razzista, ingiusta; e – anche in questo mi trovo d’accordo – non bisogna mai illudersi che ci si possa distrarre, e lasciare che la macchina “vada avanti da sé”, col pilota automatico, come se i problemi si potessero risolvere “una volta per tutte”.
    No, purtroppo non tutti si chiedono cosa sia stato veramente Auschwitz, cosa sia stato il totalitarismo, e in cosa consista effettivamente una teoria razzista (e come la si riconosca). L’esperienza di ieri non basta a metterci al riparo.
    Bisogna ripartire sempre dall’a b c, spiegare da capo ogni cosa; e bisogna farlo con convinzione, non per coloro che sono in malafede e cercano di trarre vantaggi più o meno confessabili dalla riproposizione di teorie e programmi politici già di fatto sconfessati dalla storia; no: bisogna farlo soprattutto per i “distratti”, per coloro che non si fanno più domande sul passato dal quale veniamo (neppure su quello recente!) e pensano che il presente, con le sue comodità, li esenti dal vigilare, dal sospettare di certi luoghi comuni “facili facili” quanto insidiosi.
    Condivido poi in pieno quel che scrive Ross Douthat nella citazione.

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