Se il web tocca la «pelle sociale»

Sul numero di Reset uscito in questi giorni, ho scritto con Mauro quest’articolo. 

Alla fine l’annuncio di Manuel Castells si è avverato. La mass self communication – ossia il blogging, i like e i commenti sui social network, ma anche le catene di sms –è divenuto un reale strumento di contropotere capace di cambiare incidere su un risultato elettorale anche in Italia. Dalle drammatiche comunicazioni per il G8 di Genova alla «beffa di Sucate» ai Morattiquotes, in dieci anni la mobilitazione politica in rete si è spostata sui social network per divenire un fenomeno realmente grassroots e su larga scala. Meno militanza antagonista alla Indymedia (peraltro apprezzata dal sociologo catalano) e più partecipazione ludica e consapevole.

Succede ormai da anni a ogni appuntamento elettorale. Ogni volta c’è chi sta lì in attesa della data da ricordare sui manuali di comunicazione politica, del momento che segni un prima e un dopo. Forse con le amministrative e i referendum del 2011 ci siamo sbarazzati di questa attesa. Forse questa volta possiamo smettere di tenere in fresco lo spumante migliore sperando quanto prima di far saltare i tappi per festeggiare l’appuntamento elettorale in cui il web – partecipativo, collaborativo e orizzontale – avrà dimostrato finalmente di contare di più della tv – verticale, unidirezionale e propagandista.

Oltre il clicktivism

Le ultime campagne, elettorali e referendarie, hanno dato un segno di un cambiamento che ha visto il web, i social network, l’internet inteso come ambiente di informazione e relazioni, uscire dai monitor e dai computer per costruirsi un posto nella società, nella realtà, dentro l’opinione pubblica e contribuire ad una evoluzione delle logiche della partecipazione alla vita politica. Anche in Italia.

«L’anno scorso si parlava di clicktivism per indicare il comportamento degli utilizzatori più assidui dei social network», spiega Michele Sorice, esperto di comunicazione politica e direttore del Centre for Media and Communication Studies alla Luiss. «Era una partecipazione che si limitava all’accesso, a segnalare il proprio gradimento su un contenuto che emergeva su Facebook o su Twitter, utilizzate come reti di partecipazione vicaria».

Ma stavolta siamo andati oltre perché dai social network si è passati all’organizzazione territoriale, alla possibilità di auto-organizzarsi e dare vita a un intervento diretto nella vita quotidiana. «Questo non vuol dire che il web stabilisca da solo delle reti di connessioni, ma rappresenta lo strumento e l’ambiente nel quale queste forme riescono ad assumere vita» continua Sorice osservando che questo legame che si è instaurato tra i social network e le piazze non si è manifestato all’improvviso, ma ha dato segno di sé con episodi – quali le iniziative del popolo viola, o «Se non ora quando» la manifestazione sulla dignità delle donne – che stavano forse inconsapevolmente inaugurando un nuovo corso.

«Erano iniziative – riprende Sorice – che nella rete avevano trovato uno spazio molto forte di rappresentazione e di connessione tra persone che si sono poi ritrovate nelle piazze. Sono sembrate le prove generali di quello che è accaduto con il referendum, prova evidente di un cambiamento di prospettiva in cui attraverso l’internet molti cittadini hanno riacquistato la possibilità dell’intervento diretto in politica».

Non che non ci fossero stati in passato nella rete italiana fenomeni significativi, afferma Sergio Maistrello, giornalista e docente di Giornalismo e nuovi media all’Università di Trieste. «Se qualcosa del genere era accaduto in Italia era stato per lo più per questioni di puro entertainment, ma è anche grazie a quei momenti di svago o di evasione che si sono preparate e attivate le reti di interconnessione che poi si sono mobilitate per scopi più concreti e politici. Quello che è accaduto in questo scorcio di primavera è che per la prima volta in Italia e in alcune comunità territoriali, come quella di Milano, è stata superata la massa critica necessaria ad animare la rete e produrre effetti visibili, concreti. Per la prima volta abbiamo avuto nel posto giusto e al momento giusto il numero di persone sufficiente, le relazioni strutturate necessarie a mettere a sistema i loro sforzi e il pretesto forte ad agire». Insomma, goccia dopo goccia il vaso del web in Italia si è riempito fino a tracimare. E ora sarà molto difficile svuotarlo per chi si ostina a ignorare il suo funzionamento.

I numeri però, sono anche parte dell’obiezione principale di chi non vede novità in quanto accaduto e non ritiene che in Italia il web possa produrre effetti concreti sui risultati elettorali: coloro che utilizzano l’internet con finalità politiche, dicono i critici, sono giovani, pochi, ben informati e con elevato grado di consapevolezza delle questioni politiche. Quindi poco influenti sugli orientamenti dell’elettorato generale. Per Paolo Mancini, docente all’Università di Perugia e autore di numerosi e importanti libri sul rapporto tra politica, media e opinione pubblica, il ruolo della rete è sempre «difficile da definire perché funziona come passaparola, ma non si riesce a quantificare quanto sia in grado di mobilitare effettivamente gli elettori perché, a mio modo di vedere, agisce dentro comunità già socializzate alla politica. Eviterei dunque di mitizzare il web».

Non si tratta di mitizzare la rete, afferma Stefano Menichini, ma di riconoscerle un ruolo che in fondo esisteva anche prima. «Un cittadino – dice il direttore di “Europa” e grande appassionato di Twitter – non si forma un’opinione solo leggendo un giornale oppure ascoltando la tv ma anche a contatto con il familiare o il collega. È sempre accaduto solo che ora la rete amplifica questo fenomeno. Facebook e Twitter sono dei moltiplicatori di umori che migliaia e migliaia di opinion maker lanciano nella rete».

I protagonisti di questa stagione hanno confidenza con i social network, li hanno utilizzati in maniera tale da far uscire i loro messaggi fuori dal mondo digitale, nelle piazze, nelle strade, nelle cabine elettorali. In Italia sono meno che in altri paesi, in proporzione alla popolazione generale, ma non è una questione di numeri.

Qui si tratta di capire se e come le discussioni che nascono in rete hanno diritto di residenza nella sfera pubblica e sono capaci di giocare un ruolo in quella complessità che chiamiamo opinione pubblica.

Le minoranze attive e motivate hanno nel web, come sottolinea il blogger Enrico Sola, uno spazio dove discutere e offrire all’elettore pigro contenuti e relazioni, cioè gli ingredienti necessari per contribuire a formare una coscienza civile e pratiche di cittadinanza attiva.

Quello che rimbalza dentro la rete, poi, arriva sugli altri media, ne parlano tv radio e giornali, se lo raccontano le persone davanti all’aperitivo o in pausa caffè, al lavoro o tra amici. Le discussioni che nascono sui social network contribuiscono a creare un clima d’opinione, a sollevare temi di discussione e a rafforzare delle inclinazioni.

La lezione di Pisapia a Vendola

Non sappiamo stabilire quanto la rete pesi nello spostare voti, nel decidere l’esito di un’elezione. Però possiamo dire che il web, soprattutto nella sua versione sociale, dà prova di stare dentro l’opinione pubblica italiana e di contribuire, insieme ad altre innumerevoli forme di comunicazione e di informazione, a determinare la nostra «pelle sociale», per utilizzare l’espressione resa famosa da Elisabeth Noelle-Neumann, quel tessuto che veste il nostro comportamento di fronte a temi rilevanti e che ci porta a concordare o dissentire con una posizione, a isolarci o partecipare in una discussione.

«Ho sempre considerato la rete – chiosa Maistrello – un’espansione nient’affatto virtuale del nostro spazio sociale e della nostra socialità. Lo strumento abilita, dopodiché “rete” è un concetto legato all’umanità delle persone e alle dinamiche sociali, non alla tecnologia».

Con questa evoluzione dell’opinione pubblica, ora la politica dovrà fare i conti davvero e non potrà far finta di niente perché per vincere potrebbe essere rilevante saper parlare alle reti e con le reti. Il cambiamento da affrontare riguarda in primo luogo i partiti che hanno perso da tempo ormai il ruolo di sedi privilegiate della partecipazione politica. «Mentre una volta ci si informava e si partecipava nelle sedi dei partiti, dei sindacati, perfino nelle sedi dei datori di lavoro – spiega il sociologo Carlo Carboni – oggi si accede all’informazione in maniera diretta e diversa da prima. Cambia così anche il senso della partecipazione, oggi più direttamente connessa con la competenza civica dei cittadini. Credo che dai risultati dei referendum e delle amministrative sia emersa la richiesta di una politica diversa». Più efficiente, più trasparente, ma soprattutto una politica in cui cambia il senso di appartenenza che si sposta dalle bandiere di un partito ai temi rilevanti nella discussione pubblica. «Mi pare di notare – sottolinea Michele Sorice – un ritorno alla politica fatta di concretezza rispetto ai temi e che trova paradossalmente nella rete, in uno spazio virtuale, un luogo reale di contatto con questi problemi».

Ma dietro i 27 milioni dei referendum si affaccia anche un nuovo soggetto politico? Difficile a dirsi, e per certi versi parrebbe di no, se pensiamo a tutti quelli che da destra sono andati alle urne contraddicendo il capo e le sue indicazioni balneari.

La gara a intestarsi le vittorie alle amministrative e soprattutto nei referendum pare avere lo sguardo breve e il fiato corto. La grande mobilitazione che si è svolta nella primavera italiana ha il pelo sullo stomaco, è matura e consapevole al punto da non farsi intercettare dal leader di turno che prova a mettere il cappello. Bene l’ha inteso Giuliano Pisapia quando ha rimbeccato Nichi Vendola e l’ha invitato ad ascoltare più che a parlare in un contesto che non si conosce. Vale per il governatore in piazza Duomo a Milano e vale in generale per i politici che parlano di web. Tutti i giovani che con la rete e i social network si sono attivati vogliono soprattutto essere ascoltati.

È nata una nuova classe in questi anni, Giovanni Boccia Artieri, docente di Sociologia dei new media all’Università di Urbino, l’ha battezzata «cyberborghesia».

C’è stata sicuramente una mobilitazione collettiva di nuovo genere negli scorsi mesi, ma ha ragione lo scrittore collettivo Wu Ming quando invita a non fermarsi sulla superficie delle parole: «La dicotomia “tv vs. internet” è superata in tempi di convergenza, in Italia la sua retorica resiste perché c’è Berlusconi a curvare lo spazio. A meno di non pensare che la tv sia ancora il televisore, oggi tv e rete sono innervate e saranno sempre meno distinguibili. Ormai dire “la rete” significa dire tutto e niente. Tv, radio e giornali sono on line, hanno profili sui social network, fanno crowdsourcing. Scambiare Minzolini, Fede o Mimun per “la tv” e dire che la rete buona li ha sconfitti non aiuta granché a capire».

Non siamo nel mezzo di una competizione tra media diversi. Viviamo il tempo della convergenza in cui la rete si scopre come parte di un ecosistema dell’informazione dentro il quale l’opinione pubblica chiede una rappresentanza basata anche su interessi diffusi, trasversali, solidaristici, condivisi. «I partiti – continua Sorice – hanno difficoltà perché da una parte non trovano più un elettorato che si faccia rappresentare da interessi territoriali egoistici; dall’altra parte però non trovano nemmeno un elettorato che si faccia rappresentare da spinte puramente ideologiche. Andiamo verso una politica a cui si chiede di concentrarsi su interessi diffusi e trasparenti. Di fronte a questa nuova emergenza i partiti sono in difficoltà perché legati a interessi territoriali o settoriali, ad appartenenze ideologiche che si esprimevano spesso in opposizione a qualcosa o qualcuno, contro Berlusconi, contro i comunisti».

Formulare un bel messaggio non basta nella politica ai tempi del web, la logica del broadcasting non è più sufficiente a vincere. Quel che la tv sa fare meglio è costruire l’immagine del leader e rafforzarla nella percezione dell’audience. Ma per le reti è diverso: per farsi ascoltare, e votare, è necessario iniziare col mettersi in ascolto. «La rete funziona in modo orizzontale o quasi, il leader vincente sul web – conclude Sorice – deve essere capace di intercettare le istanze più profonde della società civile. Il leader del futuro è meno autocratico e più collettivo, capace di costruire il suo messaggio insieme a tanti altri soggetti».

Una nuova responsabilita

Sulla stessa linea d’onda si muove Paolo Natale, professore di ricerca sociale alla Statale di Milano ed esperto di sondaggi. «È stato votato il candidato meno invadente. Pisapia è stato portato dagli elettori più che portare gli elettori. Quando è stato eletto Obama, negli Stati Uniti c’era bisogno di figure carismatiche dopo Bush. Al contrario, in Italia molti elettori chiedono oggi solo una gestione del potere più trasparente e più normale».

E i partiti sopravvivranno a questa ventata? «La fine che faranno i partiti – prosegue Natale – in uno scenario in cui hanno vinto i cittadini dipende da loro. Dovranno intercettare i nuovi modelli partecipativi della rete e anche saper cogliere il desiderio di cambiamento dei modi di gestione del potere. La scelta che è stata fatta dal Pd, che è andato nel complesso bene nelle ultime amministrative, dipende dal fatto che il partito ha tenuto un profilo basso, non è stato troppo presente» E questo offre anche una chiave per il futuro leader del centrosinistra, sostiene l’esperto conoscitore dei movimenti nell’opinione pubblica: «L’anno scorso tutte le indagini sulla contrapposizione Vendola-Bersani davano un vantaggio competitivo a favore del leader di Sel, oggi succede il contrario; si preferisce il segretario del Pd al trascinatore di popolo. Nel caso di primarie oggi, Bersani sarebbe in vantaggio».

Eppure, malgrado gli entusiasmi delle ultime settimane, non sarà facile per la Politica con la «p» maiuscola, per i partiti più o meno storici, incontrare chi è fuori dal circolo della comunicazione politica tradizionale. Come attrarre e portare a parlare con te chi conosce meglio, a volte molto meglio di te, la grammatica del nuovo medium?

«La forza di chi sta in rete è proprio nel fatto che chi ci sta ci mette la propria faccia, offrendo la soggettività del punto di vista, che rende umano e privato il suo messaggio» nota Menichini. «Ed è questo – prosegue – il motivo per cui istituzioni, enti e partiti sono meno credibili quando si presentano come tali sul web. Qui c’è in ballo un soggetto collettivo fatto di tante persone con le loro facce e in quanto tali diventano portatrici di un messaggio condiviso, che è stato vincente proprio perché il veicolo erano persone con un nome e un cognome».

Il problema che sempre si è presentato tra i partiti e i movimenti è quello della riduzione del molteplice a uno, della sintesi, del «ci vogliono mettere il cappello», e così è sempre andata e così potrebbe riproporsi domani se la Politica non sarà in grado di mettere le orecchie dove un tempo avrebbe fatto sentire la propria voce.

Sergio Maistrello mette a fuoco perfettamente la questione che la politica deve affrontare con urgenza, ovvero iniziare a capire a fondo come funziona la rete. «Devono capirla le leadership, perché saranno messe in discussione pesantemente dalle comunità di individui interconnessi – mai più “masse” – e devono capirla anche gli stessi individui interconnessi, perché il gioco, di qui in avanti, viste anche le esperienze dirompenti nel Mediterraneo, si farà terribilmente serio e richiederà consapevolezza, responsabilità e grande onestà intellettuale. E i partiti e la classe dirigente che vorranno servirsi della rete a proprio vantaggio farebbero bene a fare una sola cosa: impegnarsi seriamente nella comprensione delle dinamiche di rete e nella diffusione di sana cultura digitale. Presenza, condivisione, trasparenza, dialogo, tutto il resto sarà soltanto un boomerang».

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