Beppe Grillo impari da Lenin

Ho fatto un’intervista con Francesco Orazi, sociologo, su Beppe Grillo, sul suo Popolo, sui risultati elettorali e su come si orienteranno al ballottaggio quelli del M5S. C’è anche una valutazione sugli errori che stanno facendo i grillini dell’arrocco contro tutto e tutti, del populismo, del leaderismo e dell’estremismo che, come diceva Lenin, è la malattia infantile della rivoluzione.

Alla fine voteranno Giuliano Pisapia. I grillini, gli elettori di Calise al primo turno, sceglieranno quello che ritengono il meno peggio nel ballottaggio di Milano che deciderà il nuovo inquilino di Palazzo Marino ma anche le sorti future del governo nazionale. Se dovranno scegliere tra “merda fredda e merda tiepida” (copyright Beppe Grillo) si tureranno il naso. Così la vede Francesco Orazi, sociologo dell’Università di Ancona, e autore insieme Marco Socci di Il popolo di Beppe Grillo (Cattedrale, 2008) una fotografia fatta di numeri e cifre del movimento dei meet up che in questi anni ha appoggiato il comico ligure nelle sue battaglie. Orazi conosce bene i militanti grillini e del Movimento 5 Stelle, apprezza la partecipazione dal basso e la cittadinanza attiva ma vede i rischi di una deriva anti-democratica nelle sparate di Grillo anche perché, citando Lenin, “l’estremismo è la malattia infantile della rivoluzione”.

“Pisapia è un bollito ed è uguale alla Moratti che vince perché è miliardaria”. A Milano, Grillo non ha azzeccato il pronostico per ora. E ora che farà quel 3 per cento che ha votato Calise?
Nonostante le dichiarazioni ufficiali, a Milano il popolo di Grillo voterà Pisapia. Non rischieranno senza fare apparentamenti ma non rischieranno. Anche perché una quota molto consistente dell’elettorato di Grillo proviene da sinistra.

Non si può dare un giudizio univoco sul risultato elettorale del Movimento 5 Stelle, in alcune zone molto bene in altre così così. Certo Bologna è stata un successo.
Credo che a Bologna, dove il M5S ha preso il 10 per cento, sarà l’opposizione più dura al sindaco e alla giunta di centrosinistra. Il primo Vaffa day fu a Bologna, Grillo da anni ci lavora e ha avuto l’intelligenza di fiutare il rilascio di voti a sinistra dopo il caso Delbono. In generale l’Emilia Romagna è il centro del movimento, da Reggio fino a Cesenatico, dove hanno fatto il record con il 14 per cento dei voti. Detto questo, io non mi sarei aspettato un risultato così importante e credo che dentro quel voto ci sia anche una parte che proviene da destra, non dalla destra berlusconiana, ma da una più ampia base spaesata dai cambiamenti.

Durante questa campagna elettorale, alcune uscite hanno colpito molto a sinistra. Per esempio, quella fatta da Grillo sui pericoli dell’invasione degli immigrati. Dopo il linguaggio, il comico si apre anche alle tematiche del populismo di destra?
Ammetto che quella dichiarazione di Grillo ha sorpreso anche me. Certo, l’immigrazione in molte realtà urbane sta assumendo caratteristiche problematiche e questo è stato intercettato da Grillo come terreno sul quale conveniva battere. La “marchetta” che fa Grillo per raccogliere consenso è simile a quella della Lega perché si sono accorti che sul territorio quel discorso funziona.

Insomma, non si sbaglia a chiamare populismo quello di Grillo?
Grillo quando parla è la terza anima del populismo italiano, Berlusconi, Di Pietro e poi Grillo. Ognuno a suo modo ma tutti accomunabili innanzitutto nel modello comunicativo. Il disprezzo per l’avversario, la logica “o con me o contro di me” e via dicendo.

Tutti e tre anime di quelli che Mauro Calise definirebbe “partiti personali”.
Dal punto di vista della visibilità pubblica, il movimento è fortemente ancorato alla figura di Grillo. E questo è un vantaggio ma anche un limite. Il movimento si porta dietro un grosso problema di leaderismo, in particolare nella rappresentazione. E per certi versi ci sono anche segni, che ritengo inconsapevoli, antidemocratici.

In che senso “antidemocratici”?
Per esempio, credere che la cittadinanza colta e competente possa fare a meno della democrazia rappresentativa. Penso che sia un grave errore dire: la politica è inefficiente e dunque facciamo noi. Il protagonismo di massa è una cosa, ma non può fare a meno della democrazia. Il governo dei migliori e dei “bravi riformatori”, come diceva Isaiah Berlin, ha portato sempre a dei disastri storici.

Da una parte Grillo spara a zero sulla democrazia dei partiti e dall’altra candida il suo movimento alle elezioni. Dov’è l’errore?
Di sicuro oggi c’è una delegittimazione del sistema dei partiti, questo è sotto gli occhi di tutti. Tuttavia, questi movimenti di cittadinanza pop up che denunciano le istituzioni e la loro inefficienza non tengono in conto la questione della democrazia, che è certo fragile e a volte contraddittoria, ma è nonostante ciò necessaria. Nelle democrazie, l’ultimo degli eletti ha comunque ricevuto un mandato, ha raccolto dei voti, e questo è l’unico sistema che tutela tutti i cittadini. Ecco, confondere la democrazia con la chiusura del palazzo e l’opacità delle classi dirigenti è un errore. La presunzione di far da soli il governo dei migliori è un pericolo enorme. Tra l’altro Beppe Grillo è dentro in pieno al meccanismo della democrazia e della rappresentanza, presentandosi alle elezioni, eleggendo rappresentanti ecc.

“Abbiamo un programma (sull’energia, sul consumo ecc.) ma non vogliamo discuterlo con le istituzioni e nelle istituzioni”. Anche questa posizione sembra contraddittoria o no?
Un ottimo slogan quello di Grillo per cui non sarebbero gli eletti a doversi mettere al servizio della cittadinanza ma la cittadinanza a darsi una mossa. Tutto sta a tradurre questi slogan in pratiche concrete, la rivoluzione sarebbe a metà. Devono porsi l’obiettivo di avere una piattaforma negoziabile, altrimenti se rimani duro e puro esci dalla politica, che si basa su una sorta di compromesso e la mediazione con le altre parti. Ma, come diceva Lenin, anche qui l’estremismo è un limite infantile della rivoluzione.

Se volesse dare un consiglio ai grillini?
Devono riuscire a mettersi in gioco e non essere chiusi in posizioni autoreferenziali, del noi contro tutti, noi amici contro i nemici. Ed è un peccato, perché rapidamente negli ultimi anni si è diffusa una consapevolezza intorno a certi temi, appunto quelli energetici o del consumo. Un desiderio di mobilitazione esiste e si è visto con la massa di giovani che hanno appoggiato Pisapia o anche più lontano, in Spagna con la discesa in piazza di migliaia di giovani.

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