Il giornalismo “aumentato”

Un lungo manifesto sul giornalismo che cambia e su come ci si dovrebbe attrezzare. I dieci punti elencati sono un’ottima base di partenza per iniziare a riflettere sul cambiamento in corso nel mondo dell’informazione.

Essentially everything that is currently disrupting journalism today did not exist in 2000: high-speed Internet connections, blogs, podcasts, RSS feeds, Google News, Gmail, YouTube, Facebook, Twitter, iTunes, apps, flat screens, HD, 3D, WiFi, geotagging, metadata, iPods, mobile internet, smartphones, iPhones, BlackBerry phones, tablets, Andriods, iPad, e-books, streaming videos, etc…

Journalists in new media are facing a transformational crisis. It’s as significant as the invention of the telegraph in the nineteenth century, and is as groundbreaking as the invention of the printing press for the Catholic Church during the fifteenth century.

L‘articolo completo l’ho trovato grazie a lui.

Beppe Grillo impari da Lenin

Ho fatto un’intervista con Francesco Orazi, sociologo, su Beppe Grillo, sul suo Popolo, sui risultati elettorali e su come si orienteranno al ballottaggio quelli del M5S. C’è anche una valutazione sugli errori che stanno facendo i grillini dell’arrocco contro tutto e tutti, del populismo, del leaderismo e dell’estremismo che, come diceva Lenin, è la malattia infantile della rivoluzione.

Alla fine voteranno Giuliano Pisapia. I grillini, gli elettori di Calise al primo turno, sceglieranno quello che ritengono il meno peggio nel ballottaggio di Milano che deciderà il nuovo inquilino di Palazzo Marino ma anche le sorti future del governo nazionale. Se dovranno scegliere tra “merda fredda e merda tiepida” (copyright Beppe Grillo) si tureranno il naso. Così la vede Francesco Orazi, sociologo dell’Università di Ancona, e autore insieme Marco Socci di Il popolo di Beppe Grillo (Cattedrale, 2008) una fotografia fatta di numeri e cifre del movimento dei meet up che in questi anni ha appoggiato il comico ligure nelle sue battaglie. Orazi conosce bene i militanti grillini e del Movimento 5 Stelle, apprezza la partecipazione dal basso e la cittadinanza attiva ma vede i rischi di una deriva anti-democratica nelle sparate di Grillo anche perché, citando Lenin, “l’estremismo è la malattia infantile della rivoluzione”. Continue reading “Beppe Grillo impari da Lenin”

Come cambia un titolo dalla carta al web

Perché i titoli sulla rete sono molto più didascalici di quelli su carta? Risponde un’interessante articolo di Atlantic tradotto da Internazionale questa settimana.

Se le ricerche online sono sempre più letterali, che fine faranno i titoli che contengono giochi di parole? Rimarranno solo sulle edizioni di carta? In effetti sempre più giornali si affidano al search engine optimization (Seo) e ai nuovi giornalisti viene insegnato che la cosa più importante è la visibilità su Google: per questo molti copy editor temono che i titoli somiglieranno sempre più a degli annunci.

Nell’articolo non si cita, se non in un’allusione di passaggio, che l’altra ragione è che sul web i titoli sono in primo luogo link, senza dunque tutto l’apparato (semiotico) che aiuta la comprensione del titolo stesso. Non ci sono foto, sommari, articolo sotto da scorrere, a rendere intellegibile il titolo stesso. Tutto deve essere più didascalico, appunto.

I partiti personali scricchiolano, tornano le opinioni

Alberto Ferrigolo ha sentito per Caffe’ Europa tre politologi come Mauro Calise, Roberto D’Alimonte e Gianfranco Pasquino per provare a unire i puntini che ci restituisce l’ultimo risultato elettorale. E si scoprono varie interpretazioni sorprendenti.

«Sa cosa penso di queste elezioni? Che il dato più interessante è il ritorno al voto d’opinione» afferma Mauro Calise. «Io in genere distinguo tra quattro tipi di voto, che è poi la ripartizione classica: appartenenza, scambio, d’opinione a cui va aggiunta la novità di questi ultimi due decenni che è il voto leaderistico-plebiscitario, la vera forza un po’ di Berlusconi e che è stata anche quella in base alla quale ha sparigliato il sistema politico italiano. Se uno poi guarda soprattutto a Milano, quel che colpisce è l’affermazione di un candidato con un retroterra organizzativo quasi nullo, perché il Pd a Milano è notoriamente inesistente, nelle periferie e nel suo radicamento territoriale, di carisma – poi – non mi pare davvero si possa parlare… Pisapia lo descrivono tutti come un comunicatore mediocre… per usare un eufemismo… e non mi pare che si possa parlare di voto di scambio visto che sono vent’anni che la sinistra in quella città è a digiuno di potere, dunque…».

Il resto dell’articolo è qui.

Il vento del nord e la tramontana a Roma

La vittoria ha molti padri mentre la sconfitta è sempre orfana, si dice di solito. In queste elezioni amministrative per la sconfitta del centrodestra pare che un papà ci sia e non è tanto alto. Il presidente del Consiglio ha voluto trasformare un voto che riguardava sindaci e qualche presidente di provincia in una cartina tornasole per misurare il consenso sulla sua persona e sul governo nazionale e non gli è andata bene.
Lo specchio elettorale, e soprattutto lo specchio milanese doveva rispondere che era ancora lui il Cavaliere il più bello del reame e invece lo specchio si è rotto. Il risultato incredibile sotto il Duomo che vede Giuliano Pisapia nettamente in testa davanti a Letizia Moratti è più di uno schiaffo, potrebbe essere un colpo da ko se al secondo turno, l’avvocato battesse definitivamente la miliardaria.

Il travaso non c’è stato, anzi. Il malcontento, non certo dissimulato, di Bossi per le scelte estremiste del premier a Milano ha spinto negli ultimi giorni il Senatur a marcare le differenze tra i due partiti del centro destra. Si pensava potessero giocare, Lega e Pdl, i ruoli del poliziotto buono e di quello cattivo, che agiscono separati per colpire uniti. Eppure non è andata così. I voti che non ha raccolto il Popolo delle libertà non li ha presi neanche la Lega. Non sono bastati la difesa del presidente Napolitano e l’opposizione alla guerra in Libia per trasformare l’azzurro in verde, per trasformare quelli che un tempo erano gli estremisti in moderati. Il Pdl ha perso – e non solo i voti di Fli – molto a Milano ma il 9 e mezzo percentuale di Bossi e co. è molto lontano dal quasi 15 delle regionali dello scorso anno. Un risultato deludente che a via Bellerio imporrà il ritorno a una linea più di lotta e meno di governo, più territorio e meno governo romano (e berlusconiano). Da Torino a Savona, da Rovigo a Treviso alla roccaforte leghista di Varese, l’arretramento del centrodestra nel complesso non si misura in zero virgola, ma anche in 10 e passa punti dalle regionali 2010 a oggi. Tanto da porre l’interrogativo: se a Milano Pdl+Lega raccolgono meno del 40% in Italia di quanto consenso gode il governo oggi?

Pisapia e De Magistris vanno. E il Pd? Se lo sconfitto è molto chiaro, più difficile vedere chi è che ha vinto. Esiste una strategia che ha fatto vincere o messo in condizione di vincere i candidati del centrosinistra? Probabilmente no. In queste amministrative, che nel loro piccolo sono rivoluzionarie, ancora non si vede il filo rosso che tiene insieme tutti i risultati sulla penisola se non la flessione del centrodestra.
Il Partito democratico con i suoi candidati ha vinto dove era più semplice, o meno difficile, ovvero Bologna e Torino. Sotto le due torri, Virgilio Merola ha rintuzzato, per un punto, la falla che si poteva aprire con l’ottimo risultato dei “grillini”. A Palazzo di Città, Piero Fassino sostituisce Sergio Chiamparino che ha trascinato con il suo grandissimo consenso l’ex segretario Ds. Significativo anche l’incredibile vittoria dello “sceriffo” di Salerno, Vincenzo De Luca, che col 72% vince e prosegue nel suo regno sul Tirreno. Non vanno malaccio le liste Pd ma non è il partito di Bersani il simbolo di questo risultato.
Per il resto, i risultati più a sorpresa riguardano candidati non del Pd. C’è ovviamente Pisapia che dopo le primarie ha comunque trovato un accordo con il candidato democratico (sebbene anch’egli esterno al partito) Stefano Boeri. Ma ci sono i casi di Massimo Zedda a Cagliari – anch’egli in quota Sel e vincitore a sorpresa delle primarie – che si andrà a giocare al ballottaggio la partita in un feudo del centrodestra come il capoluogo sardo. E soprattutto la sconfitta del candidato democratico a Napoli, il prefetto Morcone che raccoglie meno del 20% e si piazza terzo dietro Lettieri del Pdl e di De Magistris che ottiene un incredibile 27% che lo porta al ballottaggio.

Beppe Grillo. Ha dato del bollito a Pisapia e del buson a Vendola: non gli ha portato bene. “La Moratti vince perché ha i miliardi”, falso. Con il tour elettorale fatto in prima persona, Beppe Grillo ha investito molto su queste amministrative. Ma anche qui i risultati non sono omogenei. Botto a Bologna con quasi il 10% per il Movimento 5 Stelle. Mentre Torino prende il più del 5 % ma non incide a differenza di come era capitato l’anno scorso per l’elezione di Cota e la sconfitta di Mercedes Bresso. A Milano, il giovanissimo Calise raccoglie un 3 per cento che potrebbe anche essere decisivo per il ballottaggio. Mentre a Napoli i grillini rimangono abbastanza ai margini della contesa.

La morale. In questi giorni su Roma soffiava una tramontana forte e fresca, che ripuliva il cielo e l’aria. Niente niente è proprio quel vento del nord che ha iniziato a spirare a Milano e che è già in arrivo verso Palazzo Chigi.

“Berlusconi as a client” secondo me

The prime minister is not an ordinary client. He shares with the common john a passion for variety, and a desire to be reassured about his own power through access to a beautiful female body. But while the typical relationship between client and prostitute ends with the performance (indeed, the lack of “commitment” beyond that is part of the reason for its demand), Berlusconi wants “to make every woman feel special,” to commit to his “guests” beyond a cash exchange through a system of dependent patronage (with the corresponding risk of blackmail).

Su Dissent – “il forum della sinistra newyorchese” – ho scritto con Giorgia Serughetti un pezzo che prova a descrivere agli americani quel che è stato il Rubygate e anche ad andare un po’ oltre.