Se i giornali si trasformano in community, la militanza vince


Da Reset 122 (novembre-dicembre 2010).

Perché centinaia di persone si danno appuntamento ogni giovedì pomeriggio su Facebook per “laicare” o commentare l’anteprima della copertina del settimanale «Internazionale»? Perché migliaia di ragazze e ragazzi mandano foto molto glam con post-it attaccati in fronte o sulla bocca a «Repubblica.it»? Perché «il Post», il giornale on line diretto da Luca Sofri, riesce a drenare quasi mille commenti in una discussione su Fini? E il successo del «Fatto Quotidiano»?
Pensiamoci un attimo. Ricordate i militanti del vecchio Pci che la domenica e nelle manifestazioni diffondevano «l’Unità» per puro spirito di appartenenza, perché si sentivano parte di un progetto politico e culturale di cui il giornale era uno strumento? Ecco, la risposta alle domande iniziali sta nel mettere insieme un ricordo in bianco e nero con i nostri clic di oggi. Nell’epoca in cui le piazze sono anche i social network, i nuovi militanti diffondono con gli strumenti della rete: like, condivisione, commenti.

Lettori ma non solo

I nuovi militanti non sono ideologici o almeno non hanno un credo ideale saldo e complesso appreso nelle sezioni di partito. One issue politics la chiamano negli Usa. Si tratta di giovani, ma non solo, che sposano una causa concreta, una passione politica o culturale e la diffondono, a volte consapevolmente altre no, attraverso le relazioni che intrattengono in ogni istante della loro vita connessa. Il ritrovarsi sulla rete rinsalda i legami identitari perché on line ci si riconosce come parte di una comunità, di una community.
Non è un caso, come ricorda col giusto orgoglio il direttore Giovanni De Mauro, che Internazionale sia il secondo giornale italiano per numero di fan su Facebook. Qualche settimana fa, nel suo editoriale, metteva orgogliosamente in classifica le testate presenti nel regno di Zuckerberg: 222mila “la Repubblica”, 100mila Internazionale, 83mila la Gazzetta, 56mila il Corriere (ndr, dati non più aggiornati). Certo, a decretare il successo del settimanale c’è il target giovanile e tecnologicamente alfabetizzato, ma anche un’identità forte della testata e un coinvolgimento intelligente dei suoi lettori che viaggiano avanti e indietro tra le piazze on e off line.
Giuseppe Laterza su «l’Unità» del 15 ottobre prova a spiegare il successo tra i giovani di un prodotto anomalo come Internazionale. Perché decine di migliaia di ragazzi hanno invaso le vie di Ferrara per ascoltare conferenze sui cinquant’anni dell’indipendenza dell’Africa oppure sull’islam in Europa? Perché trovano un prodotto di ampio respiro, una casa con le finestre aperte e non un salotto che puzza di chiuso come sono spesso i nostri giornali, autoreferenziali, che passano settimane sulla casa di Montecarlo. Ha ragione Laterza, ma non basta a spiegare il fenomeno.
Sotto l’insegna di un giornale si ritrova quel senso di appartenenza culturale e politica che si è persa altrove. Un tempo, erano l’Unità o il manifesto nella tasca della giacca a marchiare il profilo dello studente universitario. Ora, quel segno è passato come un testimone sotto altre bandiere e testate meno legate a Weltenanschaung novecentesche. Perdendo quella carica politico-ideologica che avevano quaranta o cinquant’anni fa, ma non il senso di partecipazione e di militanza, magari declinato in una forma più leggera e addirittura ludica.
«Più di 230mila visitatori unici e 12mila commenti al giorno in pochi mesi per “il Fatto on line”» racconta Peter Gomez, direttore della versione web del giornale di Padellaro e Travaglio. Poco meno delle versioni on line di Stampa e Sole 24 ore. Un successo enorme fatto di inchieste e blog di personaggi eterogenei come il finiano Fabio Granata e il comico Natalino Balasso. Una comunità di lettori-commentatori, «di persone perbene anche con idee politiche diverse», che affollano e che si ritrovano a dire la loro a centinaia anche sulla pagina di Beatrice Borromeo, nome nobile e giovane giornalista del Fatto.
La stessa Repubblica sta puntando sulla comunità «transmediale». I lettori non partecipano più al progetto del giornale solo andando in edicola, ma anche mandando foto al sito quando c’è da protestare contro la legge bavaglio oppure per l’incuria dei beni culturali ambientali, riempiono di commenti le tirate del polemista Odifreddi sul suo blog, rispondono in decine di migliaia alle raccolte di firme.

Democrazia di mobilitazione

«Non siamo né un partito né una Chiesa, ma abbiamo una fisionomia netta e riconoscibile ed è questo che piace ai lettori» dice Ezio Mauro. Ma molti lettori, addirittura scendono in piazza per la libertà di stampa e nel popolo dei post-it a piazza Navona, coinvolti certo da una preoccupazione politica ma anche attivati da un senso della community animato dal marchio Repubblica. Una partecipazione che ruota intorno al sito oltreché al giornale di carta, che è certo leader nella sua dimensione ma che è al tempo stesso anche parte di un network (il sito, la Tv, il video della riunione di redazione, i blog e tutto quel che offre Repubblica.it).
Il fenomeno della polarizzazione nei giornali è in cammino da decenni in Italia. È non è detto che sia necessariamente un male: molte opinioni, molti fogli a rappresentarle. Si tratta di un passaggio che tuttavia la rete e le sue modalità di diffusione delle informazioni hanno aiutato a radicarsi come ha mostrato il giurista Cass Sunstein. La radicalizzazione è tratto tipico dell’epoca del web 2.0 i “militanti” parlano solo tra di loro, le opinioni sono molto spesso quelle degli “amici” di Facebook. E se l’amico dice che «Obama è musulmano», io mi fido (andare a vedere le percentuali negli Usa prima delle elezioni del 2 novembre). Trasformare i lettori in militanti è, per Sunstein, una prerogativa della rete, vecchia e nuova.
Giornali che vanno oltre l’informazione, testate per cui parteggiare. Con linee politiche sufficientemente nette e copertine che le rispecchiano ce ne sono a destra e a sinistra. Rappresentano quel fenomeno recente che Nadia Urbinati ha chiamato “democrazia di mobilitazione” e che in questo periodo ha i giornali come suo strumento di battaglia politica. I successi editoriali di Libero e Giornale, la scommessa stravinta del Fatto quotidiano, le raccolte di firme di Repubblica, dimostrano che mobilitare è la nuova chiave dei giornali per svolgere la loro funzione di quasi-partiti, ma anche più prosaicamente per sopravvivere in un’epoca di vacche magre per la carta. Certo, gli effetti per la discussione pubblica sono negativi. Radicalismo, polarizzazione e ideologizzazione, stanno divenendo la cifra dell’informazione e della democrazia italiana. Ma tant’è.
La militanza genera identificazione con la battaglia prima ancora che con l’idea. Soprattutto contribuisce in maniera decisiva a identificare un nemico. Quello che scrive il “mio” giornale è il verbo, discuterlo è divenuto un’impresa (anche psicologica) immane: la scuola di Adro con le sue centinaia di soli leghisti vale lo stesso che il retro di una scuola materna a Livorno dove guarda caso c’è una bandiera rossa. Come se la celebrazione del luogo dove nacque il Pci ottant’anni fa valesse lo stesso della firma di un partito politico su qualsiasi muro, banco, vetro di un’istituzione pubblica. Oggi anything goes, tutto va bene e se lo scrive il giornale con cui mi identifico, allora significa che è vero e giusto così.

L’immagine è presa dal sito dell’Unità

Un pensiero su “Se i giornali si trasformano in community, la militanza vince

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...