Salvare la stampa con un bailout?

Uscito qualche tempo fa qui, ma magari può sempre essere utile.

Solo due anni fa, l’idea che il New York Times sparisse dalla circolazione nel 2043, almeno nella sua versione di carta e inchiostro, metteva ansia a tutti coloro che per un verso o per l’altro danno ai giornali una qualche importanza. Adesso, la previsione che fece uno dei più attenti osservatori dell’editoria americana come Philip Meyer sembra ottimista. Molto ottimista.
Negli Stati Uniti gli eventi stanno precipitando. È di qualche giorno la notizia che proprio il NYT ha appena impegnato per 249 milioni di dollari la sede nuova di zecca progettata da Renzo Piano.

La Tribune Company, la società proprietaria di fogli importanti come il Los Angeles Times e il Chicago Tribune ha dichiarato bancarotta. Uno storico quotidiano come il Christian Science Monitor ha addirittura anticipato i tempi: solo un settimanale di carta e per il day-by-day un’edizione on line. In questi giorni, James Surowiecki sul New Yorker ha definito quello che sta accadendo «la tempesta perfetta della stampa americana».
Certo, è noto ormai, molta parte della responsabilità la hanno i nuovi media, che attraverso la rapidità, la gratuità e la loro capacità di customizzare i gusti rendono molto problematica la vita ai transatlantici dell’informazione. Il self made journalism dei blogger ha lo stesso vantaggio che hanno i pirati che assaltano le petroliere nei mari del sud: costo irrisorio e massimo risultato. Mettiamoci anche la crisi finanziaria con il crollo dei consumi e di conseguenza della pubblicità su mass media e allora si spiega perché il 2043 sembra una previsione fin troppo rosea.
Se il costo del giornalismo rimane lo stesso ma le notizie si deprezzano, che si fa? Come salvare il salvabile? Innanzitutto, riconoscendo che la notizia è da una parte una merce che ha un suo valore commerciale e che i giornali sono imprese industriali e al tempo stesso che la notizia è anche l’energia attraverso cui viaggia la macchina democratica. È dunque una merce particolare che si consuma ma non alla stessa maniera di automobili o telefonini.
È da questo duplice valore dell’informazione, ricordava Jürgen Habermas in un suo intervento sulla Süddeutsche Zeitung e comparso da noi su Repubblica un anno fa, che bisogna partire per ragionare sul salvataggio dell’informazione e del suo particolare mercato. Una merce come la «comunicazione culturale e politica» è sui generis, spiega Habermas, «perché questa merce mette alla prova le preferenze dei fruitori e al tempo stesso le trasforma». La questione è tutta qui, si potrebbe dire con l’ultimo grande francofortese. E allora, la proposta del filosofo è discutibile ma oggi ancora più attuale. La crisi sta strozzando i mercati, si risparmia sui generi di prima necessità figuriamoci se si spende un euro al giorno per il giornale. Eppure, il grido d’allarme di Habermas è forte, non possiamo andare al discount dell’informazione, la notizia low cost è pericolosa per la democrazia stessa. «Senza il flusso di informazioni prodotto da costose ricerche – spiega il padre della teoria dell’agire comunicativo – e senza la linfa fondata su indagini non proprio economiche, la comunicazione pubblica perde la propria vitalità discorsiva. La collettività non opporrebbe più alcuna resistenza alle tendenze populiste e non sarebbe più in grado di assolvere alla funzione che deve assolvere nel quadro di uno stato democratico di diritto». Il rischio è grande, è di perdere uno degli strumenti cardine della democrazia per come l’abbiamo conosciuta. Se vengono meno i giornali viene meno il luogo nel quale l’opinione pubblica si forma e si esercita con un danno inestimabile per la salute del pluralismo nella società e nella politica.
Per queste ragioni, nel maggio del 2007, Habermas suggeriva, senza che alcuno lo degnasse di un cenno, che lo Stato si deve far carico della stampa di qualità. «È necessario – scriveva l’autore della Storia e critica dell’opinione pubblica – abituarsi all’idea stessa di sovvenzioni a giornali e riviste. Da un punto di vista storico, la convinzione di imbrigliare il mercato della stampa ha qualcosa di anti-intuitivo. Il mercato stesso ha fondato il palcoscenico sul quale i pensieri sovversivi si sono potuti emancipare dalla repressione statale. Ma il mercato può assolvere a questa funzione solo finché le leggi economiche non penetrano nei pori dei contenuti editoriali e politici che il mercato diffonde. Ancora una volta si dimostra esatto il nocciolo della critica dell’industria culturale di Adorno. È necessario osservare con sospetto, perché in questo settore nessuna democrazia si può permettere il fallimento del mercato».
A questa posizione giungono da sinistra (The New Republic) e pure da un bastione del liberalismo come l’Economist che nel suo blog economico Free exchange auspica un aiuto pubblico almeno al giornalismo d’inchiesta.
Vogliamo chiamarlo un bailout per la stampa? Facciamolo pure, con la consapevolezza che ci dovrebbe essere una bella differenza tra l’aiuto a un’industria di automobili e il rendere l’esistenza stessa dell’informazione di qualità.

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